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Una storia

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VOTO: 7

Quello che le parole non dicono

«La regia è arrivata quando non mi bastava più interpretare un solo ruolo: sentivo il bisogno di abbracciare l’intero universo del film, di essere le case e i personaggi, i costumi e i trucchi, e di imprimere me stessa in ogni dettaglio. Questo film è un sogno a lungo custodito che ha finalmente trovato forma». Con queste parole, Anna Foglietta ha motivato la decisione di passare dietro la macchina da presa ed esordire alla regia con la pellicola Una storia, in uscita nelle sale con BIM Distribuzione dopo una serie di importanti tappe festivaliere in quel di Venezia, Toronto e Londra.
L’attrice romana segue così le orme di altre colleghe che prima di lei, con esiti decisamente positivi (pensiamo ad esempio a Valeria Golino, Paola Cortellesi, Valeria Bruni Tedeschi, Margherita Vicario o Greta Scarano, tanto per fare qualche nome), hanno compiuto la medesima scelta. Anche per la Foglietta il passo nasce da un’esigenza personale e artistica, che arriva dopo tantissime esperienze maturate davanti la cinepresa di importanti registi, dai quali con moltissima probabilità avrà carpito lezioni e trucchi del mestiere che set dopo set ha fatto suoi e poi rielaborato per alimentare un proprio stile con e attraverso il quale mettere in quadro il racconto. Un racconto, quello portato sullo schermo, scritto a sei mani con Tania Pedroni e Matteo Ferri, che parte da un titolo semplicissimo e apparentemente anonimo: Una storia. Un titolo che dice tutto e allo stesso tempo niente, che non spoilera e anticipa nulla, ma che raccoglie e riassume invece gli intenti dell’autrice e l’universo su e intorno al quale ruotano e si sviluppano il film e le tematiche universali del quale si fa veicolo narrativo, drammaturgico e audiovisivo.
La storia in questione è quella di Erika e Mauro, una coppia che vive in provincia, dentro una quotidianità semplice fatta di abitudini rassicuranti e piccoli gesti. Quando la figlia Irene parte per studiare in un’altra città, la casa si svuota e l’equilibrio su cui la coppia ha costruito la propria esistenza sembra incrinarsi. Erika, che ha sempre abitato il mondo attraverso la cura degli altri, si scopre improvvisamente senza direzione. Mauro, cresciuto nel rigore emotivo di un padre autoritario, tenta a suo modo di reagire riempiendo il vuoto, ma finisce per confrontarsi con una fragilità mai confessata.
La vicenda che la Foglietta regista ha voluto raccontare parla dunque di un sentimento universale e delle sue contraddizioni, passando per una storia come tante incentrata sulle dinamiche di sali e scendi, vicinanza e allontanamento, strappi e ricongiunzioni, di una coppia appartenente a una piccolissima borghesia che fatica a trovare il proprio posto nel mondo. I coniugi di turno non hanno però problemi impellenti, né di natura economica, né fisica, non ci sono tradimenti o malattie, sono persone che hanno quindi una vita normale. E proprio perché la loro vita è così normale rischia di sembrare poco interessante, alla pari di un’opera che sulla carta non ha un twist o un conflitto deflagranti. Ma non è così perché l’interesse nei confronti di questo ritratto di coppia di vita vissuta sta nella verità e nel realismo che riesce a restituire, con l’equilibrio che viene meno e si spezza nel momento in cui, nel tempo sospeso che segue alla partenza della figlia, in casa riaffiorano ferite lontane e desideri dimenticati. Sarà proprio questa crisi intima e profonda a spingere marito e moglie a guardarsi davvero e a capire se e come possono trasformare se stessi e di conseguenza il loro amore.
Una storia è un racconto intimo e profondamente umano che attraversa i passaggi emotivi che ridefiniscono i legami familiari e gli equilibri della vita di una coppia. La Foglietta segue il flusso emotivo e gli stati d’animo dei personaggi, puntando principalmente su questi per portare avanti ed alimentare una narrazione che è volutamente sprovvista di fragorosi movimenti tellurici, preferendo piuttosto piccole e frequenti scosse di assestamento. Con queste costruisce l’architettura dello script, le dinamiche interne annesse, partorendo un racconto basato sul peso del non detto e la potenza degli sguardi e dei silenzi. Il carico di emozioni cangianti che ne deriva trova inevitabilmente punti di contatto e catarsi con e nello spettatore, cercando in essi il vero motivo di essere e di esistere dell’opera.
Il tutto colto e messo in quadro con uno stile asciutto, scarno e rigoroso, fatto prevalentemente di inquadrature statiche, non sempre centrate e prive di tagli interni che seguono il ritmo dilatato degli eventi. Uno stile assolutamente funzionale al tipo di storia e alle caratteristiche di un’opera costruita appunto sull’attesa, sui movimenti minimi e sui rituali quotidiani. Ciò consente allo spettatore di abitare il tempo emotivo, le verità e le inquietudini taciute dei personaggi, che la Foglietta affida alla bravura e alla presenza dei protagonisti, due intensi Alba Rohrwacher e Guido Caprino. Se determinate scene di Una storia (la discussione in auto e quella in cucina su tutte) raggiungono temperature emotive così elevate il merito è soprattutto il loro, ma anche della direzione attoriale di una regista che prima di essere tale è essa stessa un’attrice e conosce i meccanismi che ci sono dietro l’arte della recitazione. La Foglietta decide di non ritagliarsi un ruolo, nemmeno secondario (salvo un piccolissimo cameo sonoro che il pubblico non farà fatica a riconoscere), lasciando il palcoscenico ai colleghi per concentrarsi unicamente sulla regia nelle sue diverse espressioni. E questa scelta, saggia a nostro avviso, ha dato i suoi frutti, diventando il valore aggiunto del film.

Francesco Del Grosso

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