Riserva di caccia
Gli addetti ai lavori avevano già avuto modo di conoscere e apprezzare il lavoro dietro la macchina da presa di Tommaso Usberti nel 2017 grazie al cortometraggio Deux égarés sont morts, vincitore di un importante riconoscimento alla Cinéfondation di Cannes dello stesso anno. Ora al suo esordio nel lungometraggio dal titolo Prima della guerra è toccato il compito di rappresentare l’Italia, come un’unica pellicola battente bandiera tricolore, nel concorso della Settima Internazionale della Critica di Venezia 2026.
Il film conferma quanto di buono fatto sulla breve distanza dal regista italo-francese che per l’occasione ambienta il film nella terra dove è cresciuto, ossia Piadena nel cremasco, che poi nella vita reale ha lasciato per andare a vivere e lavorare a Parigi. Una conoscenza sia fisica che del tessuto sociale approfondita, quella della terra natia, che gli ha consentito di restituirla in una maniera assolutamente veritiera e realistica come elemento partecipe e attivo della narrazione. La Pianura Padana che fa da sfondo a Prima della guerra è, infatti, molto di più di una cornice, diventando un luogo quasi psicoanalitico, dove amore e mancanza d’amore rappresentano fratture nella vita dei personaggi. Il film segue un’estate nella Pianura Padana (a Piadena e dintorni) durante un periodo di inquietudine e smarrimento. Guido è un giovane influenzabile che sta per unirsi a una milizia di “contractors” destinata a operare all’estero. Le sue giornate trascorrono tra noia, violenza, musica e ottundimento, in un clima apparentemente spensierato che nasconde invece un profondo disagio. L’incontro con Sonia, giovane immigrata kosovara, rompe l’equilibrio precario del protagonista. La ragazza lo costringe a confrontarsi con la propria confusione e con un bisogno di tenerezza che Guido fatica a riconoscere. Il protagonista si troverà in bilico tra il mondo che lo ha formato e il possibile futuro che lei gli sta offrendo.
C’è sempre una conflittualità sia affettiva che socio-culturale alla base del cinema di Usberti e nelle storie che decide di narrare, come quella che aveva animato a suo tempo il plot di Deux égarés sont morts, che metteva in scena il travagliato primo appuntamento di una giovane coppia sullo sullo sfondo di un paesaggio selvaggio. Anche in Prima della guerra, la conflittualità si palesa sia nella sfera affettiva che nel contesto “malato” nel quale questo sentimento turbolento pianta le radici e tenta di germogliare. Sfere, queste, che entrano inevitabilmente in rotta di collisione e si prestano a una riflessione sulla mascolinità contemporanea: fragile, ma incapace di mostrare le proprie crepe, sospesa tra bisogno d’amore e peso del retaggio culturale.
Usberti approccia la storia con rigore e realismo che si traduce in uno sguardo semi-documentaristico minimalista, con una regia che dà eguale importanza e centralità ai corpi e ai paesaggi pedinandoli ed esplorandoli. Al resto ci pensano gli interpreti, tra cui Piero Usberti (fratello del regista) e la bravissima Luàna Bajrami (già apprezzata in Ritratto della giovane in fiamme e La scelta di Anne), che in simbiosi con la regia lavorano in sottrazione alla ricerca della naturalezza e della non recitazione, regalando un sali e scendi di emozioni che raggiunge dei picchi nella lite nel parcheggio e nella battuta di caccia notturna del finale.
Francesco Del Grosso









