Quando Airport incontra Lo squalo
Alla grande calura che sempre più caratterizza le nostre estati ognuno reagisce come può. Ciascuno di noi sceglie insomma come “rinfrescarsi”. E per chi scrive, ad esempio, associare l’aria condizionata di un multiplex a qualche film dell’orrore, “disaster movie” o più specificamente “shark movie”, filone ancora più indicato per la stagione in corso, significa rinfrescare le idee con robuste dosi di adrenalina e di intrattenimento. Figuriamoci, poi, quando due o più (sotto)generi di tal fatta implodono in qualche immaginifico crossover. Eccoci arrivati così a quello che per noialtri è senza ombra di dubbio il “film dell’estate”, Deep Water – Incubo dagli abissi di Renny Harlin. Laddove gli stilemi delle pellicole relative ai disastri aerei che negli anni ’70 fecero la fortuna della serie Airport vanno a sovrapporsi, in perfetta simmetria, a quell’altra fortunatissima tradizione cinematografica che in pratica ebbe Lo squalo (1975) di Steven Spielberg quale capofila.
Cominciamo però a a fare subito una distinzione, in primo luogo metodologica. Nelle ultime due decadi, diciamo da Sharknado (2013) in poi, distribuzioni casarecce come The Asylum ci hanno abituato a un proliferare di film con gli squali in cui può succedere letteralmente di tutto, a partire da ibridazioni talora anche spassose, ma tendenti al “trash”, visti anche l’abuso della computer grafica e le produzioni impostate a bassissimo costo. Deep Water – Incubo dagli abissi è al contrario un film “serio”, “vintage”, quasi nostalgico nel rievocare il cinema degli anni ’70, all’interno del quale tanto la messa in scena che gli snodi principali della sceneggiatura e la composizione del cast appaiono particolarmente curati. Forte di una lapidaria dicotomia, il lungometraggio di Renny Harlin può vantare una prima parte che cita con mestiere ogni ingranaggio della serie inaugurata con successo da Airport di George Seaton nel 1970: l’imbarco a Shangai dell’equipaggio e dei passeggeri di un volo, la divisione degli stessi in “più o meno simpatici o antipatici” (con tanto di buzzurro arrogante che, lo si capisce immediatamente, sarà la causa delle peggiori disavventure dei nostri), le prime schermaglie a bordo (con tanto di baruffa, ad adombrare intelligentemente le attuali geopolitiche, tra giovani sportivi di una squadra cinese e coetanei stelle e strisce), l’inevitabile incidente, le prime vittime, l’ammaraggio terrificante nelle acque dell’Oceano Pacifico.
Abbiamo detto “Oceano Pacifico”? Beh, ad attendere i superstiti dell’incidente aereo, nella seconda parte del film, ci sono inevitabilmente gli squali. Frammentato il velivolo in più parti, con alcuni dei sopravvissuti pronti a vendere cara la pelle in superficie e altri miracolosamente ancora vivi sott’acqua, grazie a una bolla d’aria, nella sezione dell’aereo in parte affondata, la crudele minaccia rappresentata dalle feroci creature marine “allieterà” il pubblico fino alle battute finali. E se in cabina di pilotaggio un anziano ma stilosissimo Ben Kingsley figura da nume tutelare del segmento narrativo ricreato tra le nubi, come a distillare in piccole gocce la parata di star dei film catastrofici di qualche decennio fa è invece un maestoso Aaron Eckhart, perso con gli altri tra le onde dell’oceano, a proporsi quale leader della successiva, disperata missione che consiste nel restare vivi e far sopravvivere più passeggeri possibile. In attesa di qualche evento soterico, che almeno all’inizio appare un miraggio.
Origini finlandesi, passione per l’action e per l’horror che lo ha condotto ben presto a Hollywood, Renny Harlin è a nostro avviso assai sottostimato, come regista, tant’è che alcuni dei più validi film di genere realizzati negli States dagli anni ’90 in poi portano la sua firma: basti pensare a Cliffhanger – L’ultima sfida (1993), a Nella mente del serial killer (2004) o al più recente The Strangers: Capitolo 1 (2024). Qui, in Deep Water – Incubo dagli abissi, ha saputo mescolare efficacemente azione, varietà di scenari (tutti da incubo), riprese vorticose, montaggio alternato funzionale ai diversi sub-plot e una sapida caratterizzazione dei personaggi principali (ma anche, volendo, dei comprimari). Non è poco, di questi tempi.
Stefano Coccia









