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Once Upon a Town

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VOTO: 7,5

Graffiti Road

Tra le opere a cui abbiamo potuto assistere, lo scorso maggio – in un contesto per chi scrive tanto nuovo quanto stimolante, come quello del romano Hip Hop CineFest (ospitato nella sua edizione 2026 dall’associazione culturale Fusolab) – quella che si è rivelata più sorprendente è stata senz’altro questo Once Upon a Town: un sorprendente documentario/road movie datato 2016, di appena 28 minuti di durata, che ha rivelato però di avere il passo, la capacità di sintesi e il respiro narrativo delle migliori opere documentaristiche di lunghezza più estesa – prodotte a qualsiasi latitudine. L’universalità – concetto-cardine più volte richiamato, direttamente e non, all’interno dell’opera – è proprio una delle caratteristiche che ci hanno fatto apparire così speciale (e prezioso) il lavoro diretto da Andrew Kirby: un racconto filmato del viaggio attraverso il Sudafrica – tra graffiti “donati” alla popolazione, e palpitanti storie di povertà, dignità e resistenza – dello street artist Falko One, accompagnato per l’occasione dal fotografo e tatuatore Luke Daniels. Una parte di un progetto più esteso, il cortometraggio creato da Falko One, Kirby e Daniels (ma è giusto citare anche i direttori della fotografia Deon Van Zyl, Daniel Walsh e David East, così determinanti per la riuscita dell’opera); la parte audiovisiva, e di testimonianza diretta, di un progetto genuinamente “multimediale” mirato a portare l’arte di strada – prodotto solo apparentemente importato dal nord del mondo, in realtà frutto di un “ritorno a casa”, dopo una più lunga e complessa contaminazione artistico/culturale – presso le comunità rurali, i villaggi e più antichi insediamenti del territorio sudafricano.

Ha stupito molto chi scrive – ma probabilmente non sarà stato lo stesso per chi segue da anni una manifestazione come l’Hip Hop CineFest, pensata di suo nel segno del meticciato e della contaminazione – trovare in un simile contesto un’opera così decentrata, frutto di una filmografia che un occhio poco attento o poco informato potrebbe considerare “aliena” a una cultura come quella promossa dalla manifestazione romana. La cosiddetta globalizzazione – fenomeno ormai assodato e consolidato, e non certo da oggi – non è ancora, evidentemente, penetrata abbastanza a fondo nel subconscio di chi, come noi, ha potuto assistere “in diretta” – e senza saperla neanche ben leggere – alla sua irresistibile ascesa; ma bisogna dire con altrettanta chiarezza che, laddove i capitali occidentali (qui quelli di Red Bull, nello specifico) portano a una contaminazione così feconda e bidirezionale come quella espressa in Once Upon a Town – piuttosto che al mero colonialismo culturale – non si può che gioirne. Con sorpresa e sincerità. Questo soprattutto perché il breve/lungo viaggio nel Sudafrica più profondo intrapreso da Falko One – artista di strada che nei primi minuti di film rivela, con grande precisione e capacità di sintesi, la sua formazione culturale meticcia – approccia il suo “oggetto di studio” (espressione quantomai riduttiva) con grande rispetto ed empatia. Donando a esso il suo notevole talento, arricchendolo e contaminandosi, a sua volta, con esso.

Stupisce, Once Upon a Town, anche per l’afflato positivo e a suo modo fiabesco (così raro in un documentario) già anticipato in qualche modo dal titolo; nonché per quella capacità di cogliere palpitanti frammenti di vita vissuta nei volti e nei gesti delle persone intervistate, prima ancora che nei loro discorsi: che siano quelli dei capivillaggio o quelli dei semplici contadini che accolgono – dapprima con diffidenza e poi con crescente curiosità – l’artista e la troupe, o ancora quelli dei proletari che vivono negli slum ai margini delle città di media grandezza in cui il gruppo fa sosta, testimoni di un “progresso” subito con dolore ma anche con ferrea volontà di resistere. In tutto ciò, la consapevolezza, espressa e più volte ribadita dall’artista, di star mettendo di suo – con quelle creazioni ricche di incontri e “scontri” cromatici, testimoni di una fantasia inesauribile e sempre cangiante, capace di aprirsi e contaminarsi a sua volta con le vite di coloro che l’accolgono – un piccolo “mattone” su un’opera ben più ampia; un work in progress destinato a proseguire fuori dallo schermo, sul territorio ritratto e così positivamente “trasformato” dall’opera dello stesso Falko One. Qui ne abbiamo potuto vedere, pur a distanza di un non trascurabile lasso di tempo (dieci anni in tutto) un breve ma significativo frammento. Abbastanza per esserne, a nostra volta, positivamente colpiti, trasformati e “contaminati”. In meno di mezz’ora, è un gran bel risultato. Premiato peraltro alla sesta edizione dell’Hip Hop CineFest nella categoria Documentary Short.

Marco Minniti

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