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Arborea

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VOTO: 6,5

Se le piante potessero parlare

Nel corso degli anni Letizia Zatti ha attraversato generi diversi mantenendo uno sguardo intimista sui diversi temi contemporanei trattati. Restando fedele alla sua mission, con quest’ultima fatica sulla breve distanza dal titolo Arborea si affida alla fantascienza per fare emergere una riflessione profondamente ecologista. In questo cortometraggio, presentato in concorso alla nona edizione del Saturnia Film Festival mette in scena un futuro prossimo in cui la vegetazione ha smesso di riprodursi. In un laboratorio dedicato allo studio del fenomeno, la ricercatrice Gaia monitora le frequenze emesse da una gigantesca quercia quando inizia a percepire un segnale diverso, una frequenza distorta che sembra parlare direttamente a lei. Quel suono si trasforma presto in un richiamo impossibile da ignorare. Mentre le altre scienziate continuano ad analizzare il fenomeno attraverso dati e strumenti, Gaia sviluppa con l’albero una connessione sempre più profonda, tanto mentale quanto fisica. Una notte decide così di abbandonare la sicurezza del laboratorio e seguire quel richiamo.
La cineasta di Monza alza e di molto il livello rispetto ai precedenti lavori e con esso il coefficiente di difficoltà, addentrandosi senza timori reverenziali, assumendosi tutti i rischi del caso, nel terreno minato del body horror, che ha in colleghi del calibro di Cronenberg, Tsukamoto e Ducournau alcuni illustri esponenti. Mutazioni genetiche, trasformazioni violente e radicali dei corpi, fusioni con organismi animali e vegetali o elementi inanimati e materici, sono gli ingredienti alla base della ricetta. La Zatti sembra conoscere le regole d’ingaggio e infatti parte dagli stilemi e archetipi in dotazione al filone di riferimento, ma cosciente delle possibili limitazioni di natura strutturale e di messa in scena preferisce puntare su un immaginario essenziale, ma comunque assai suggestivo. Scelta che percorre sia dal punto di vista narrativo e drammaturgico, sia da quello più espressamente estetico-formale. Così facendo l’autrice tutto sommato e a conti fatti riesce a uscire indenne da una trappola che poteva risultare fatale, portando sullo schermo un’opera capace di scorrere sotto la superficie del fanta-horror per consegnare allo spettatore di turno una riflessione e un campanello d’allarme sulla crisi ambientale e sulla perdita di connessione tra natura ed essere umano, con quest’ultimi che finiscono con entrare inevitabilmente in rotta di collisione.
Arborea si caratterizza per un approccio al genere più contemplativo e simbolico, lavora quindi su piani sensoriali ed evocativi. Il ché lo distanzia e lo mette a distanza di sicurezza dai riferimenti di cui sopra e da impari confronti. Ecco che di riflesso la forma prende giocoforza su racconti e contenuti, ma senza schiacciare e annullare quello che è il messaggio di fondo che il cortometraggio vuole veicolare e trasmettere. Quello arriva chiaramente a destinazione, ma transita principalmente attraverso immagini impattanti avvolte in un bianco e nero molto curato in un gioco efficace di luci e ombre, come efficace è anche il pregevole lavoro sul sound design.

Francesco Del Grosso

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