Un segreto da condividere
In un pomeriggio estivo, a causa di uno sciopero dei mezzi, Claudio chiede a suo figlio Mattia un passaggio verso casa di un amico. Ma una volta sceso dal motorino Claudio si allontana dal punto dove si è fatto lasciare e Mattia lo ritrova poco dopo davanti all’ingresso di una clinica. Incredulo, Mattia scopre così della malattia di suo padre. Rimpiangendo gli anni trascorsi a farsi la guerra l’un l’altro, deciderà di impegnarsi da lì in avanti per godersi i “tempi supplementari” del loro rapporto. Da qui il titolo Tempi supplementari appunto, quelli che calcisticamente parlando si collocano in un match ad eliminazione diretta tra la lotteria dei calci di rigore e lo scadere dei tempi regolamentari, che metaforicamente nel terzo cortometraggio diretto da Matteo Memè diventano la speranza, o forse il desiderio, di avere del tempo in più a disposizione per recuperare un rapporto che sembra sfaldato, riconnettersi, perdonarsi, appoggiarsi ai cari nelle difficoltà e ricordarsi che non si è soli.
Partendo da un’esperienza personale il regista capitolino, coadiuvato in fase di scrittura da Anita Della Cioppa e Denise Pintaldi, porta sullo schermo quella che a una prima e riduttiva lettura potrebbe apparire come l’ennesima storia di un figlio e di un padre, di un rapporto conflittuale e dell’incomunicabilità e delle incomprensione che lo hanno accompagnato sino a quando per un motivo X si decide di comune accordo di provare a sotterrare l’ascia di guerra per recuperare il tempo perduto. Effettivamente è di questo che si parla nell’opera in questione, presentata alla nona edizione del Saturnia Film Festival dopo le nomination ai David di Donatello e ai Nastri d’Argento di categoria e l’anteprima ad Alice nella Città della Festa del Cinema di Roma 2025, se non fosse che nel breve arco narrativo in dotazione la scrittura decide di allargare il proprio orizzonte drammaturgico a un tema anch’esso universale, ma ancora più profondo: la paura di fare soffrire chi si ama al punto da pensare di farsi carico esclusivamente della propria condizione. Nel caso del padre di Tempi supplementari è la malattia il segreto da nascondere al figlio, il fardello che il genitore decide di prendersi sulle spalle per non provocare un dolore al proprio caro.
Per trasporre il tutto, Memè opta per una regia invisibile ed essenziale, al servizio di una narrazione volutamente priva di scosse telluriche, alla quale preferisce una successione lineare e delicata di momenti, di sguardi e di non detti, che con il rispettivo peso specifico riempiono un racconto che al contrario vive in funzione del ventaglio di emozioni cangianti che riceve dagli interpreti, i bravi e intensi Filippo Timi e Federico Cesari, e che a sua volta restituisce allo spettatore in un flusso crescente che raggiunge la temperatura massima nel toccante epilogo del campetto da calcio.
Francesco Del Grosso









