La brutale realtà
Quando non è impegnato nella programmazione e direzione artistica del Galichnik Film Festival, kermesse che svolge un ruolo cruciale nella promozione di nuovi talenti e nel sostegno alla crescita della comunità cinematografica macedone e non solo, Marko Crnogorski dedica tutto se stesso al suo primo grande amore, quello per la regia. Passione, questa, che per il cineasta di Skopje è diventata negli anni una professione che lo ha portato a firmare la regia di pluridecorati cortometraggi come Radio e Tra due nemici. Nelle opere da lui dirette ha avuto modo di confrontarsi con tematiche importanti e dal peso specifico rilevante. La sua ultima fatica dietro la macchina da presa sulla breve distanza dal titolo Choice (Izbor), presentata alla nona edizione del Saturnia Film Festival, non poteva essere da meno. Non a caso ha vinto il premio per il miglior corto internazionale alla kermesse toscana.
Stavolta Crnogorski ha deciso di affrontare una problematica tra le più urgenti nel dibattito globale, ossia la parità di genere. Lo ha fatto con un cortometraggio che trae spunto dalla controversa legge del 2013 in Macedonia, che ha privato le donne del diritto fondamentale di accedere ad aborti sicuri e legali. Una legislazione di questo tipo non solo viola la libertà personale, ma costringe anche le donne a ricorrere a procedure clandestine e pericolose, mettendo a rischio la loro vita. Gli ostacoli burocratici e psicologici che le donne hanno dovuto affrontare per ottenere il permesso sono stati strazianti e disumanizzanti. Al di là delle sue implicazioni legali, questa ingiustizia mette in luce più ampie carenze sociali, in cui il controllo sul corpo delle donne perpetua la disuguaglianza e il rischio. Il ché ha prodotto migliaia di storie di resilienza e sofferenza che non possono che suscitare indignazione e senso di impotenza. Una di queste è quella di Ana, la cui vicenda realmente accaduta ha ispirato la fatale odissea narrata in Choice. Lei è una giovane madre che con la figlia si trovano ad affrontare una realtà devastante quando una nuova legge vieta l’aborto programmato. Disperata per evitare la lunga procedura per ottenere una licenza speciale, opta per una procedura illegale. Mentre si addentra nel mondo clandestino, la storia prende una piega tragica, sottolineando le dure conseguenze di una legislazione restrittiva sui diritti riproduttivi delle donne.
Molti sono i film che hanno trattato il tema dell’aborto alle diverse latitudine, ma la mente non può non andare alla cinematografia iraniana e a opere come Il cerchio di Jafar Panahi e Orion di Zaman Esmati, con le quali il corto in questione sembra avere nel proprio DNA e approccio alla materia una serie di punti di contatto. Choice e il suo autore rivolgono lo sguardo a quel cinema e ai suoi illustri esponenti per dare forma e sostanza al racconto e alle sue dinamiche narrative e drammaturgiche. Il risultato è un autentico pugno sferrato alla bocca dello stomaco dello spettatore di turno, che si trova a sua volta a fare i conti con una pellicola che non fa sconti a niente e a nessuno. Va diritta al punto, immergendo il fruitore in un’esperienza febbrile che ricorda per carica il potentissimo Disappearance di Ali Asgari, tanto per rimanere in tema di odissea ospedaliera. Lo fa con due piani sequenza a dir poco asfissianti e di grandissima tensione emotiva e psicologica, con la cinepresa che resta incollata ad Ana mentre si muove all’interno dei corridoi, gli uffici e gli spazi della clinica prima e della sala operatoria clandestina poi, in un crescendo che raggiunge il punto di ebollizione nello straziante epilogo. Il long-take amplifica e aumenta in maniera esponenziale l’impatto che la vicenda ha sulla platea, suscitando inevitabilmente una dose massiccia di empatia e una comprensione più profonda del prezzo emotivo e fisico che tali restrizioni impongono alle donne. Reazioni, queste, che aumentano ulteriormente grazie all’intensa e coinvolgente interpretazione di una straordinaria Sara Sandeva nei panni di Ana, che si rivela l’altro valore aggiunto di un’opera che non può non lasciare un segno profondo in chi la vede.
Francesco Del Grosso









