Home Speciali Interviste Intervista a Riccardo Tozzi

Intervista a Riccardo Tozzi

16
0

La libertà dello sguardo

«Ci siamo accorti, anche con smarrimento, che si tratta della prima serie a livello europeo (e sembrerebbe non solo, nda) che ha come soggetto la procreazione medicalmente assistita, nonostante sia un fenomeno di cui si parla in continuazione sui giornali e in rete». Con queste parole, il fondatore di Cattleya, Riccardo Tozzi, ci parla di In Utero, la nuova serie creata da Margaret Mazzantini, diretta da Maria Sole Tognazzi, che firma anche la direzione artistica, e Nicola Sorcinelli, che cura gli ultimi 4 episodi, con Sergio Castellitto, Alessio Fiorenza, Maria Pia Calzone e Thony. Otto episodi a rilascio settimanale, ogni venerdì in esclusiva su HBO Max, per raccontare le storie di Ruggero (Sergio Castellitto), ginecologo fondatore della clinica di fecondazione assistita “Creatividad”, e di Angelo (Alessio Fiorenza), giovane uomo trans, talentuoso biologo. Accanto a loro Teresa (Maria Pia Calzone), amministratrice brillante e fondatrice insieme al marito della clinica, e Dora (Thony), la nuova patient assistant. Ogni giorno si confrontano con le complesse vicende umane che i pazienti portano con sé insieme alla loro storia clinica. Persone di differente orientamento sessuale e romantico, in coppia o single, che attraverso il proprio desiderio di genitorialità portano punti di vista inediti e conflitti profondi mai esplorati.
Proprio per ciò che può rappresentare questo progetto anche nel dibattito culturale e sociale, abbiamo voluto approfondire con il produttore il processo creativo fino ad arrivare allo stato di salute del nostro settore audio-visivo.

D: Com’è nata questa idea?
Riccardo Tozzi: Da molto lontano. Quando La Repubblica ha pubblicato in prima pagina un’intervista al prof. Veronesi, il quale era sicuro che, in virtù delle ricerche sull’andamento della fertilità, nel tempo la fertilità maschile avrebbe continuato a calare, per cui la riproduzione assistita sarebbe diventata la normale riproduzione della nostra specie e non un’eccezione. Questa affermazione ci colpì moltissimo, infatti due nostri produttrici, Arianna De Chiara (ora direttrice film Netflix) e Serena Sostegni (oggi Produttrice e Responsabile Selezione e Sviluppo Progetti di LuckyRed) si recarono a Milano proprio per approfondire con il professore. Abbiamo iniziato così a interrogarci su come veicolare il tutto in un prodotto; al contempo Margaret Mazzantini ci ha portato cinquanta pagine proprio su questo argomento. Avrebbero dovuto essere l’inizio di un nuovo libro, ma lei, con la franchezza che la contraddistingue, mi disse che non aveva tempo di scriverlo perché aveva problemi di organizzazione familiare. Questi due elementi sono stati un punto di partenza per lo sceneggiatore Enrico Audenino (ricopre il ruolo di head writer. Co-sceneggiatrici Teresa Gelli e Vanessa Picciarelli, nda).

D: È interessante che lo spunto sia stato una riflessione sul maschile
R.T.: Il filo del ragionamento di Veronesi era lucidissimo, ricordo anche questo passaggio in cui diceva che, rispetto alla complessità dei tempi di oggi, il cervello femminile è più adatto a svolgere un ruolo leader perciò che le donne si prendano il potere non è un fatto episodico. Sono più adatte a questa fase dello sviluppo della specie e, allo stesso tempo, questo mette gli uomini in una condizione di subalternità. Ci colpì che un’intervista così acuta non avesse suscitato nessuna reazione, ma quando le idee sono troppo grandi e nuove c’è una rimozione.

D: La dott.ssa Annalisa Racca, che ha funto da consulente scientifico, ha percepito cura e sensibilità durante i colloqui con Audenino. Spesso all’uomo si pensa meno quando si parla di PMA, anche a livello sociale, essendo la donna procreatrice; invece nella serie, se si pensa anche al personaggio interpretato da Fabrizio Falco, vengono rappresentati i diversi aspetti… uno sguardo lungimirante.
R.T.: Enrico ha questa abilità sui temi dell’umano ed è un uomo, etero, che però sa mettersi nei molteplici punti di vista. Anche il racconto del personaggio in transizione è molto preciso, frutto della collaborazione anche con la casting (curato da Sara Casani, nda) con un grande lavoro di ricerca, intervistando decine di persone in transizione. È stata un’esperienza di conoscenza, in primis per noi, molto appassionante.

D: Dopo i primi due episodi si nutre il desiderio di conoscere, non solo sul piano narrativo, ma anche di documentarsi sul tema
R.T.: Va detto che ci siamo preoccupati poco delle ‘leggi eterne’ della serialità per cui il racconto è molto libero, anche frammentato, si seguono personaggi che escono di scena, alcuni rientrano. Lo abbiamo prodotto con Paramount, che ci ha fondamentalmente lasciato liberi, e successivamente è subentrata HBO che ha nel proprio dna fare delle cose un po’ devianti per cui ci siamo sentiti a casa. Una combinazione molto fortunata.

D: È bello riuscire a scoprire anche dei nuovi talenti. Nel cast di In Utero insieme a nomi molto popolari, ce ne sono altri di grande qualità
R.T.: Se si pensa anche a Romanzo Criminale o Suburra abbiamo sempre avuto degli interpreti che si sono rivelati delle scommesse vincenti. Nel caso della serie su HBO Max, quando l’abbiamo progettata e prodotta, anche alcuni di questi attori e attrici che oggi sono noti, a suo tempo non lo erano (oltre ai già citati completano il cast Camille Dugay, Michela De Rossi, Valentina Romani, Andrea Lattanzi, Ivana Lotito, Marianna Fontana, Romana Maggiora Vergano, Maya Sansa, Donatella Finocchiaro, Fabrizio Ferracane, Fabrizio Falco, Denise Capezza, Francesco Colella, Sara Drago, Enrico Borello, Daniele Parisi e Astrid Casali, nda). Maria Sole Tognazzi sia nella scelta che nella direzione è accuratissima, ha una grande sensibilità: gli attori sono il mondo con cui ama misurarsi.

D: L’idea di ambientarla a Barcellona è stata vostra ancor prima di conoscere la dott.ssa Racca, la quale si è formata e ha lavorato anche a Barcellona.
R.T.: Sì perché al momento della progettazione molti italiani andavano lì in clinica ed era in linea col soggetto di Margaret Mazzantini.

D: Da produttore nutre dei timori in merito alla ricezione?
R.T.: Credo che nei confronti di questo argomento ci sia un interesse enorme e, in generale, verso tutti i temi della vita personale e quotidiana della gente. Da noi, piccolo e grande schermo si occupano poco dei problemi individuali, di ciò che dobbiamo affrontare ogni giorno. Se mettiamo da parte per un momento ciò che abbiamo attorno (da Trump alle guerre), ci sono questioni personali su cui siamo disorientati perché non abbiamo una stratificazione precedente. In virtù di questa riflessione non ho paura nell’impastare le mani in questa materia viva; ho sempre il timore se il tema che si è scelto è stato raccontato bene.

D: Siete stati coraggiosi nell’affrontare il genere medical proprio partendo da questo focus ‘incandescente’
R.T.: [scherza] Abbiamo la tendenza a cercare una via particolare, basti pensare a Gomorra frutto della volontà di parlare di una famiglia disfunzionale o la nostra proposta di commissario per una serie è stata con Petra (Paola Cortellesi), che vive con uno scorpione e non vuole stare con nessuno. In effetti ci corrisponde che il primo medical che abbiamo deciso di realizzare sia stato sulla riproduzione medicalmente assistita con un co-protagonista in transizione.

D: Guardando al suo percorso e a come, con Cattleya, avete inciso sul piano sociale e audiovisivo, come descriverebbe il vostro approccio?
R.T.: Il coraggio è un imprinting della casa. Non si parte mai da un giudizio, ma da uno sguardo disincantato sulla realtà, senza uno schema ideologico, sociologico né moralistico. Spesso siamo stati attaccati e dei protagonisti di Gomorra si diceva: questi delinquenti sono trattati come se fossero persone normali. Il punto era proprio quello perché raccontando le persone che agiscono in quel modo là, si affronta una parte di tutti noi che forse non vogliamo vedere. In Italia il racconto è abbastanza afflitto dall’edificante. Noi vogliamo essere conoscitivi.

D: Quindi secondo lei quale/quali tabù può riuscire a togliere In utero?
R.T.: Mi piacerebbe che chi la vede e poi si ritroverà a parlarne lo faccia come abbiamo cercato di fare noi, guardando i fenomeni senza giudicarli, e che sia anche un’occasione per comprendere un po’ di più l’altro e noi stessi. Innegabilmente ci si augura sempre il successo, ma spero anche che possa far partire una discussione non pregiudiziale.

D: Crede che abbiamo bisogno di piattaforme come HBO Max per andare in territori del genere perché sulla generalista non è possibile?
R.T.: La free ha delle tipologie di racconto e questo bisogna accettarlo non come un limite e guardare alle opportunità offerte dai tanti strumenti a pagamento per raggiungere pubblici diversi. Il rischio della standardizzazione c’è ovunque, bisogna sempre fare i conti con la dialettica tra il decidere di fare qualcosa di nuovo così da dare determinati input e capire fino a che punto spingersi affinché quel pubblico non smetta di seguirci.

D: Portobello di Marco Bellocchio, disponibile su HBO Max, è previsto che sia trasmesso su Rai1
R.T.: E credo che anche In Utero arriverà sulla generalista, non so quale e sarà interessante vedere come potrà andare; non credo, però, si tenterà la prima serata né la rete ammiraglia.

D: Riccardo ci racconta com’è mutato il suo sguardo da quando avete pensato a questa serie alla conclusione?
R.T.: Tanto. Alla transizione non avevo mai pensato e ascoltare le testimonianze di ragazzi e ragazze mi ha portato a riflettere. Tocchi con mano di quanto possa essere per loro doloroso non sentirsi riconosciuti. Mi sono reso conto di quanto sia un terreno scivoloso anche per i genitori. Da produttore e ancor prima da essere umano non si può non tenere conto della grande variazione dei modi di relazionarsi nel contemporaneo. Bisogna fare questo lavoro conoscitivo anche in barba ai più conservatori, accettare che il mondo cambia e che ciò che emerge non sono diavolerie inventate, ma sono sempre esistite, solo venivano più o meno represse o celate.

D: Pensando alla linea adottata e dimostrata coi progetti realizzati, si potrebbe parlare di libertà nel racconto?
R.T.: Sì e corrisponde alla libertà che ritroviamo nelle nostre vite. Il fatto che siano saltate le strutture sociali pone sia in una condizione di libertà che di solitudine per cui bisogna capire come si usa la libertà per ricostituire condizioni di condivisione.

D: Quali sono i prossimi obiettivi?
R.T.: Stiamo lavorando a tante idee nuove sia nei nostri filoni tipici, ma anche nel voler sperimentare. A proposito del relazionale contemporaneo, ritengo si presti a essere affrontato anche in commedia.

D: Il settore sta attraversando diverse difficoltà, a partire dai tagli ai finanziamenti. Qual è il suo polso della situazione?
R.T.: L’accelerazione tecnologica ha portato a una tale quantità di cambiamenti che non si fa in tempo a fare un’analisi che questa è già superata. Il mondo della serialità va decentemente bene perché c’è un pubblico, con vari di diffusione e c’è stata una buona risposta nell’ambiente produttivo. Tante società italiane sono state comprate da gruppi internazionali e questo significa che sono state ritenute di valore. Per quanto riguarda il cinema, invece, la situazione è molto complicata perché c’è una riduzione del pubblico per i film di qualità. Mi spiego meglio: mentre il cinema popolare può fare nulla degli incassi stratosferici – e lo abbiamo visto accadere in questi ultimi 2-3 anni; quello più complesso ha perso spettatori. Si è persa la massa critica. Il punto è che l’opera prima, il piccolo film difficile o di ricerca costituisce il corpo centrale della cinematografia e l’attenzione dovrebbe essere rivolta verso questo ramo perché, anche se oramai è una parte piccola dell’industria, è proprio quella che può portare innovazione e ricerca per incontrare il pubblico.

D: Sta pensando a qualche nostro autore in particolare?
R.T.: Credo che, ad esempio, Alice Rohrwacher con l’ultimo lavoro che sta girando vada proprio in questa direzione.

Maria Lucia Tangorra

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

7 + 7 =