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Kopis

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VOTO: 7

Matriarcato killer!

Il cinema di Lorenzo Lepori, cineasta indipendente sempre più prolifico (da solista come anche “in tandem” con altri autori), continua a proporre suggestioni interessanti, sfiziose. A non troppa distanza dal proficuo confronto da noi avuto col più ambizioso Al termine del sole, girato assieme al sodale Dario Almerighi, c’è già da commentare un altro sanguigno lungometraggio, volendo più “basico” ma godibilissimo per la sua logica spietata e per il tributo a un genere visibilmente amato.
Riproposto al pubblico romano – dopo alcune apparizioni festivaliere – la sera del 30 aprile 2026, con un evento organizzato all’Azzurro Scipioni, Kopis è peraltro l’esito più recente di un sodalizio parimenti consolidato, quello tra Lepori e lo sceneggiatore Antonio Tentori, che continua a dare buoni frutti. Verrebbe quasi voglia di definirli “compagni di merende”, ma specie in Toscana qualcuno potrebbe pensar male…

In questo caso, i due hanno ideato la classica mattanza notturna all’interno di una villa, protagonisti alcuni adolescenti viziati e un pugno di adulti non meno scostanti, sgradevoli, meritevoli per motivi diversi di vedere “purgata” la loro indole di volta in volta troppo spocchiosa, troppo becera o troppo lasciva, stando ai singoli casi. E vai quindi con lo Slasher Movie! Arma del delitto: il Kopis, una lama rituale di origine ellenica, inizialmente consegnata a un collezionista ma subito dopo trafugata da una mano omicida, sul conto della quale cercheremo di essere il più possibile vaghi per non guastare eventuali sorprese; furto attuato, comunque, per il forsennato desiderio di portare a termine alcuni feroci delitti, anzi, a ben vedere un’autentica strage.
I vari personaggi intorno a Francesca, giovane donna un po’ fatua che vorrebbe solo trascorrere una serata all’insegna della leggerezza, ma finirà invece per contare cadaveri confrontandosi così con un orrore ben radicato nella sua famiglia, andranno incontro uno ad uno a fini assai truculente, alcune delle quali messe in scena anche con una certa ironia. Vedi il caso del ragazzo accoltellato al volto col cellulare trafitto assieme a lui, riferimento un po’ scontato ma efficace e divertente all’uso insano che un po’ tutti i protagonisti, nel corso del film, fanno sia dei social che della tecnologia in genere.

Acclarati questi tristi riferimenti alla contemporaneità, l’orrorifico lungometraggio di Lepori omaggia al contempo il genere di fine anni Settanta e, soprattutto, degli anni ’80, con una sapida galleria di elementi che vanno dalla modalità delle uccisioni alla colonna sonora, ai volti coperti da maschere, al tipo di inquadrature, al look enigmatico del killer e a tanto altro ancora. Il risultato è piuttosto eccitante, grandguignolescamente parlando. Al pari della morale beffarda che piano piano si afferma, ponendo al centro di tale delirio figure non così omologate, dato che è una sorta di matriarcato perverso strada facendo ad imporsi. Dando così modo di emergere a un cast femminile di notevole impatto, in cui abbiamo individuato volti noti del cinema di Lepori e altri che vi si sono integrati bene.
Ancora due parole sull’arma del delitto. Memori della “golden age” del cinema di genere italiano, più in particolare di quel “filone etrusco” che produsse diversi titoli (valgano da esempio due autentici “cult movies”, Assassinio al cimitero etrusco di Cristian Plummer – alias Sergio Martino – e L’etrusco uccide ancora di Armando Crispino), avremmo voluto probabilmente dopo l’ottimo prologo un background più accurato con rimandi all’antichità greca e qualche nota aggiuntiva, naturalmente sadica e morbosa, sull’apparire in scena dell’inquietante coltello rituale. Ma ci accontentiamo anche, ovvio, del fatto che l’eccentrico strumento di morte si limiti ad aggiungere un pizzico di perversione in più all’adrenalinica catena di delitti.

Stefano Coccia

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