Argento morto
Dopo avere fatto incetta di riconoscimenti in kermesse come quelle di Cracovia, Zagabria e Jihlava, Silver ha visto il suo già cospicuo palmares arricchirsi di un altro prestigioso premio, ossia quello della giuria della 74esima edizione del Trento Film Festival, con la seguente motivazione: «Più che cercare di spiegare il mondo dentro le miniere, Silver è un film che ci fa vivere l’atmosfera e il silenzio che si vive al loro interno, e le strutture dello sfruttamento che le caratterizzano. Sfruttamento di donne e uomini e, al contempo, sfruttamento delle montagne, che progressivamente scompaiono, sventrate dall’estrazione mineraria con una violenza che ne profana la sacralità, magistralmente trasmessa dal film».
La motivazione con la quale è stato attribuito il riconoscimento all’opera di Natalia Koniarz riassume alla perfezione quelli che sono i meriti e i punti di forza del suo nuovo documentario, che ha portato lei e la sua macchina da presa in Bolivia, nelle miniere di Potosí, tra le più antiche e ancora attive al mondo. Dal 1545 continuano infatti a nutrire le economie globali, oggi anche attraverso l’argento impiegato nelle tecnologie avanzate e nei sistemi che promettono di costruire il futuro. Qui, dove fin dall’epoca coloniale milioni di persone hanno perso la vita, il peso delle morti sembra equivalere a quello del prezioso metallo estratto. Nel XXI secolo, le condizioni di lavoro restano estreme, mentre i profitti continuano a fluire verso le multinazionali. Per la comunità locale, la miniera non è solo un lavoro, ma un destino inevitabile.
In Silver, la regista polacca segue, attraverso gli occhi di Juvi, un ragazzo di 12 anni, il quotidiano degli abitanti delle miniere. Il suo punto di vista diventa la prospettiva singola mediante la quale l’autrice e il suo obiettivo raccontano un doloroso ritratto collettivo, penetrando e mostrando con rigore e il dito puntato di un forte impegno politico le violazioni perpetrate sull’ecosistema culturale, sull’esperienza di vita e sull’eredità storica delle miniere di Potosí, segnate da logiche coloniali e da condizioni di lavoro violente. Con un continuo alternarsi di dentro e fuori, fatto di immersioni claustrali, spaventose e ansiogene nel ventre roccioso, tra le asfissianti cavità di una montagna deturpata da inarrestabili detonazioni e feroci estrazioni manuali, il film documenta le esistenze dei membri della comunità locale, dando ampio spazio alle conseguenze che l’attività mineraria ha sugli abitanti più giovani, ma anche sugli adulti. Il film vuole in primis accendere i riflettori dell’opinione pubblica sulle suddette condizioni di sopravvivenza e lavoro, con le modalità del cinema d’inchiesta ma con uno sguardo rispettoso, attento e mai predatorio. Il tutto per consegnare allo schermo e alle platee un potente e importante atto d’accusa, così come lo sono stati a suo tempo Workingman’s Death di Michael Glawogger, il più recente Le Sang et la Boue di Jean-Gabriel Leynaud, ma soprattutto i pluridecorati lavori di Simon Panay realizzati in Burkina Faso, tra cui Nobody Dies Here, che esplora il mondo dell’estrazione artigianale dell’oro, e Si tu es un homme, girato in full immersion nella miniera di Perkoa.
La Koniarz scava nel senso letterale del termine nella topografia martoriata sia fisica che umana, oltre che nella memoria sanguinaria del passato e in quella altrettanto tragica del presente. Lo fa scavalcando la cronaca giornalistica per privilegiare l’approccio empirico, al fine di rendere intellegibile a chi guarda l’esperienza di chi, per vivere, sta nell’oscurità, tra polvere, rumore e paura. La mente torna per analogie al modus operandi di Valentina Pedicini in Dal profondo, nel quale la compianta regista ha raccontato le storie della miniera di Nuraxi Figus, provincia di Carbonia-Iglesias, in Sardegna. In Silver il viatico è l’invisibilità di una pura e cruda osservazione, senza interazione e interviste, ma catturando la realtà con la precisione delle inquadrature tanto negli spazi angusti quanto nelle aperture delle cave, insieme a un sound editing performante di grande efficacia.
Francesco Del Grosso









