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Under the Open Sky

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VOTO: 8

Nei panni dell’ex Yakuza

Venerdì 24 aprile 2026 in fascia pomeridiana, prima cioè che venisse proiettato il vero e proprio film d’apertura di uno scoppiettante Far East Film Festival 2026 ovvero We Are All Strangers del singaporiano Antony Chen, sono stati presentati altri due titoli, entrambi dal Giappone: Hula Girls di Lee Sang-il e Under the Open Sky di Miwa Nishikawa. Il secondo, più in particolare, è valso anche ad introdurre uno degli eventi più attesi della 28esima edizione, ossia il tributo al grande attore giapponese Kōji Yakusho eccezionalmente ospite qui a Udine, cui si è reso poi omaggio sabato 25 aprile attraverso la riproposizione sul grande schermo del recente capolavoro di Wenders, Perfect Days.

Interprete straordinario, di intensità sempre notevole, Kōji Yakusho in Under the Open Sky è un ex Yakuza che dopo tanti anni si appresta a lasciare il carcere e tentare di ricostruirsi un’esistenza, per quanto possibile, “normale. Un personaggio del genere, che affidato a un altro attore e a un’altra regista poteva facilmente andare “sopra le righe”, risulta invece sin dall’inizio sfaccettato, complesso, in ultima istanza profondamente umano: grazie anche alla mano felice, cineasta che non a caso ha più volte collaborato con Hirokazu Kore-eda (la cui casa di produzione Bun- buku, non a caso ha partecipato alla realizzazione di tale lungometraggio) e che in solitaria ha realizzato opere come Wild Berries (2003), Dear Doctor e The Long Excuse (2016).

Un po’ come nella filmografia di Kore-eda situazioni archetipiche del cinema di genere realizzato in Estremo Oriente, nella fattispecie l’aura mitica dello “Yakuza Movie”, vengono spogliate delle loro prerogative più appariscenti e riportate ad atmosfere più vicine alla quotidianità, in parte anche malinconiche e crepuscolari. Quando Mikami, l’ex detenuto impersonato da Kōji Yakusho (ruolo simile, peraltro, a quello già interpretato proprio per Kore-eda ne Il terzo omicidio) prova a fare la voce grossa, a rispettare quegli elementi della tradizione criminale che sente più vicini, da un lato riesce ancora sporadicamente a far paura agli interlocutori, ma per il resto appare quasi la caricatura di se stesso e di ciò che è stato. Molto più interessante è per Miwa Nishikawa esplorarne il versante umano. E per ottenere questo la cineasta nipponica, oltre a contaminare in modo arioso i generi, si affida a un mood (desunto solo in parte dal romanzo di Ruyzo Saki datato 1990) che non esclude certo picchi di natura sentimentale da un lato, parentesi umoristiche e di natura farsesca dall’altro. Al risultato contribuiscono senz’altro gli incontri del protagonista con personaggi, dal solerte assistente sociale ai poliziotti che lo avevano in custodia, dalla ex moglie al negoziante di quartiere che prima lo avversava e poi lo prende in simpatia, i quali aggiungono ognuno un tassello rilevante alla narrazione, presentando vari aspetti di un reinserimento nella società civile che a Mikami (e allo spettatore, sempre più partecipe dei suoi progressi) non può che apparire faticoso sin dall’inizio.

Stefano Coccia

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