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La reserva

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VOTO: 6,5

La foresta di caffè

La deforestazione, il depauperamento del patrimonio forestale tropicale non sembra essere più percepito più come emergenza ambientale primaria. Decenni fa era assai più di moda. Forse perché ormai si è posto rimedio, oppure perché rientra in una tematica più ampia sui cambiamenti climatici? Sembra anche difficile che il cinema se ne occupi, almeno quello popolare. Un’eccezione, ma sui generis, è rappresentata da The Green Inferno di Eli Roth. A tornare su quel tema, sviscerandolo anche alla luce di tutta la nuova consapevolezza, e dimostrandone la drammatica attualità, è ora il film messicano La reserva, esordio al lungometraggio per Pablo Pérez Lombardini, presentato nel Concorso Lungometraggi “Finestre sul Mondo” del 35° Festival Cinema Africano, Asia e America Latina.
Già il titolo dà indicazione dell’ambientazione del film in un’area protetta, per la precisione la Reserva de la Biosfera El Triunfo nello Stato messicano del Chiapas. Un territorio quindi istituzionalmente tutelato, segno di una consapevolezza delle autorità dell’importanza di preservare territori naturali. Protagonista è Julia, una guardiaparco, interpretata da un’attrice non professionista, proprio una vigilante forestale nella realtà. Non si tratta di un parco museo precluso alle attività umane. C’è una comunità che ci vive, di cui Julia fa parte, in modo sostenibile, coltivando il caffè. L’idillio è solo di facciata. Da un lato si cerca di minare alla base quell’attività agricola sottopagando il raccolto di caffè. Il grossista dice ai due contadini che la qualità dell’annata è bassa, c’è stata troppa umidità. Ma l’abbiamo sentito dire prima, parlando al telefono con il suo capo, che l’eccesso di acqua si può correggere in fare di torrefazione. E poi si sentono delle seghe, rumore che fa giustamente pensare a un taglio clandestino di alberi. Julia indice un’assemblea pubblica nel villaggio per incitare gli indigeni a ribellarsi a quello sfruttamento abusivo. L’assemblea è molto complicata – sembra un po’ quella scena analoga in Il male non esiste di Hamaguchi. C’è chi ha paura, chi è semplicemente per il quieto vivere, mentre Julia cerca di risvegliare l’amor proprio della gente per il territorio. Inutile dire che la mobilitazione si rivelerà quale una sconfitta. Con un’ellissi temporale notevole, ritroviamo Julia fare la cassiera al supermercato all’interno di un grande centro commerciale.
L’aspetto di pamphlet è chiaramente centrale in La reserva. Pablo Pérez Lombardini elabora anche scelte stilistiche non scontate. Il film inizia con gli animali della foresta, un tapiro, dei coati, un pécaro, un hocco, grande e variopinto uccello, un ocelot, visti attraverso una fototrappola, ovvero una telecamera che si attiva con dei sensori al passaggio di un animale. Sono quindi immagini di bassa qualità artistica, in bianco e nero, generate senza un operatore. Dopo questo prologo inizia il film vero e proprio, che sarà in un bianco e nero alla Lav Diaz, con un’immagine della foresta. C’è quindi una contiguità visiva nel bianco e nero con quelle immagini generate automaticamente, a indicare un’adesione alla realtà di matrice documentaristica pur in un’opera di fiction, a rimarcare la verosimiglianza della storia, di quella comunità della riserva naturale, intercettata come i suoi abitanti. Il bianco e nero evita anche l’effetto stucchevole della confezione da National Geographic. La stessa Julia, che compare subito nel film, è reduce dalle sue osservazioni naturalistiche che annota sul taccuino, di quegli stessi animali che abbiamo visto prima, che si possono avvistare, per un umano, solo dopo lunghe ricerche e appostamenti. Julia è così osservatrice e osservata allo stesso tempo. Lei fa parte di quella comunità indigena, ma ha anche un’istruzione conseguita nel mondo urbano, il che le consente di vedere tutta la situazione come da una posizione esterna, capendo subito ciò che è teoricamente giusto per la comunità. Ragiona quindi secondo principi di razionalità mentre in molti di quegli indigeni prevalgono dinamiche di paura, di interessi o di ritrosia. Si tratta comunque di di autoctoni campesinos ormai istruiti, che usano le moderne tecnologie, nella quale lei è quella diligente come un attivista di Legambiente che pulisce i rifiuti nei boschi. La battaglia cui li conduce porta però a un fallimento. Sono troppo grandi le forze economiche che si trovano di fronte. E il film si chiude con i semi della madre, che vorrebbe riseminare, simbolo dei cicli di nascita e crescita della natura, dalla quale ormai i personaggi sono stati ormai espiantati.

Giampiero Raganelli

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