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Meteoric

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VOTO: 7,5

L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica

Il pomeriggio del 27 marzo 2026, al 17° Irish Film Festa di Roma, ha avuto quali indiscussi protagonisti i cortometraggi, tra cui quel Growing Pains a dir poco sorprendente (tanto da far rimembrare al sottoscritto una storia veramente da “boomer”, quella delle “scimmie di mare” la cui vendita era così popolare, almeno in Italia, qualche decennio fa) su cui si è già focalizzata la nostra attenzione. Notevole comunque tutta la selezione ammirata alla Casa del Cinema. In apertura, poi, un blocco davvero speciale comprendente solo lavori di animazione, vero fiore all’occhiello della produzione breve irlandese. E se per quello realizzato nell’ambito di Cartoon Saloon, Éiru, toccherà fare un discorso a parte, anche in virtù dell’illuminante Masterclass dell’autrice Giovanna Ferrari, l’occhio si è posato volentieri anche sulla geniale bizzarria di Meteoric, il folgorante cortometraggio (poco più di 6 minuti) realizzato da Paul Ó Muiri.

Come tutti sanno L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica è un saggio di Walter Benjamin che fece epoca. Lo abbiamo scelto quale titolo della nostra recensione, poiché qui il regista irlandese pare averne riversato la filosofia di fondo, che già allora poteva suonare come monito per gli orizzonti dell’arte contemporanea (e per certe sue ambigue derive sociali), in un plot essenziale ma decisamente caustico rispetto a tale tema.
Coloratissimo, quasi sgargiante, il corto inizia così: una pioggia di meteoriti sul pianeta Terra. L’incipit da disaster movie conduce poi verso soluzioni da black comedy, originalissime, allorché l’unica vittima accertata di una minuscola meteora è quel giovane artista sconosciuto, le cui budella e il cui sangue schizzati sulla tela vengono a creare un’opera d’arte che verrà a lungo ammirata, copiata, “clonata” (come il suo autore, del resto), tipo nuovo capolavoro di una rivisitata pop art. Con esiti sempre più assurdi e paradossali. Fino a trasformare Meteoric in acuta, ironica, selvaggia e finanche amara riflessione sul ruolo dell’arte e dei media, nella società contemporanea.

Almeno una segnalazione la meritano anche altri due lavori visti nel pomeriggio: Brón di Cat Mangan Williams, connotato da un’incredibile sensibilità nel mettere in scena la presenza su un ponte, in un’atmosfera magica e notturna, di una splendida volpe e di un uomo disperato, che vorrebbe buttarsi di sotto ma da quell’incontro troverà nuova, insperata linfa vitale; mentre ancor più fiabesco è l’impianto narrativo e iconografico del corto di Aidan McAteer, The Cloud Herder, capace di forgiare una mitologia inedita ma dal sapore antico.

Stefano Coccia

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