Il portiere di notte egiziano
Samaan è un giovane custode di un palazzo del Cairo, un’esistenza solitaria passando il tempo sulla scrivania nell’androne davanti a un monitor con le immagini delle telecamere di sorveglianza. Si tratta del protagonista di Safe Exit, secondo lungometraggio per il regista egiziano Mohammed Hammad, che firma anche la sceneggiatura, presentato nel Concorso Lungometraggi “Finestre sul Mondo” del 35° Festival Cinema Africano, d’Asia e America Latina, dopo l’anteprima a Panorama della Berlinale 2026. Il regista si era già segnalato per il suo primo lungometraggio, Withered Green, che è stato presentato a Locarno.
Safe Exit suona come il titolo ironico per una situazione claustrofobica. Il film è prevalentemente ambientato in questo squallido palazzone della capitale egiziana, cui si accede attraverso una piccola galleria di negozi. L’atmosfera è decadente, sembra che tante cose non funzionino. Guasto è il bollitore che il protagonista userebbe per prepararsi il caffè necessario per affrontare le ore notturne di lavoro. Ci sono quattro monitor collegati alle telecamere di sorveglianza, uno dei quali però è non funzionante. Siamo lontani dai mille occhi del dottor Mabuse (dal film che in italiano ha preso il titolo Il diabolico dottor Mabuse) e dai film epigoni, come Sliver, che hanno immaginato edifici controllati orwellianamente da infiniti monitor di sorveglianza. In Safe Exit le tre telecamere funzionanti sono puntate verso quella piccola galleria all’esterno, che dà il tempo al custode di scrutare chi si avvicina per entrare, e di avvisare chi di dovere nel caso di visite indesiderate. C’è un terrorista giovane che abita un appartamento nei piani alti. Samaan lo avverte subito, all’inizio del film, tramite alcuni squilli al citofono, dell’arrivo di uno squadrone antiterrorismo di poliziotti armati fino ai denti. In cambio il portiere riceve laute ricompense dalla madre del giovane sovversivo. Fin qui il film è un’evidente metafora di un paese fatiscente che si regge in piedi a malapena, con un sistema di potere nevroticamente ossessionato dalle infiltrazioni possibili, cui fa fronte con un capillare sistema di controllo e repressione. Ne sono riprova gli incidenti internazionali che hanno coinvolto anche il nostro paese.
Man mano che il film si dipana, scopriamo i dettagli della vita di Samaan, tramite il suo interrogatorio o le pagine di un libro diario che sta scrivendo. I suoi genitori sono stati a loro volta vittime dei terroristi dell’Isis, mentre si trovavano in Libia. E ciò per il semplice fatto di appartenere alla minoranza copta, ovvero di religione cristiana, all’interno della maggioranza musulmana. Avrebbero in realtà potuto salvarsi perché i terroristi avevano offerto loro una via d’uscita, risparmiandoli se si fossero convertiti all’Islam. Ma hanno rifiutato questa opzione rimanendo attaccati, pur con una dose di altrettanto fanatismo, alla propria fede. Anche il piccolo Samaan era stato catturato in Libia ma poi rilasciato. E questo in virtù di una strategia di monito, di lasciare vivi dei testimoni del terrore in modo che potessero spargere la voce sulle atrocità cui avevano assistito. L’appartamento di Samaan riflette la cultura cristiana di appartenenza, tutto pieno di pacchiane immaginette sacre. Eppure, si scoprirà, il ragazzo è ateo, minoranza all’interno di una minoranza. Il quadro delle contraddizioni del paese si complica con l’arrivo di una ragazza velata, quindi di religione musulmana, di nome Fatimah, che non esita a concedersi sessualmente al collega di Samaan perché bisognosa di soldi per gli esami medici dei quali ha bisogno. La relativa breve scena di sesso è significativa tanto per quello che mostra quanto per il fatto stesso di mostrarlo, risultando oltraggiosa per la morale in entrambi i casi. Castigatissima per i nostri canoni, illustra in realtà una sessualità mancante, anestetizzata. L’ulteriore elemento di satira sociale introdotto dal film riguarda quel sistema capitalistico selvaggio, per il quale si ha accesso alle cure mediche solo pagando. Simile è anche la situazione in cui Samaan scopre, al colloquio nella casa editrice che dovrebbe pubblicare il suo libro, che tutte le ingenti spese di stampa sarebbero a suo carico.
Safe Exit è un film coraggioso che illustra i mali del paese nelle disfunzioni di un condominio e di chi lo abita. A non funzionare però è tutto l’epilogo da cinema di genere, da thriller con umorismo nero hitchockiano. Mancano proprio le basi della conoscenza dei meccanismi spettatoriali. Nel tentativo di forzare una svolta di genere si perde così l’equilibrio complessivo dell’opera.
Giampiero Raganelli









