Dinanzi a un bivio
Le burrnesha (vergini giurate) albanesi sono donne che, secondo un’antica tradizione del Kanun, giurano castità perpetua e adottano uno stile di vita maschile per sfuggire a matrimoni combinati o guidare famiglie senza eredi maschi. Vestono abiti maschili, tagliano i capelli e acquisiscono diritti solitamente riservati agli uomini nella società patriarcale, pur restando biologicamente donne. Fran, la protagonista di Man of the House (Burri i shtepise) di Andamion Murataj, presentato in concorso alla 17esima edizione del Bif&st nella sezione Meridiana dopo il debutto al Sarajevo Film Festival 2025, ha scelto di vivere seguendo quella tradizione arcaica ancora oggi ampiamente diffusa soprattutto nelle regioni montane dell’Albania e dei Balcani occidentali. Ma per fare da madre alla nipote rimasta orfana, si trova di fronte a una decisione dolorosa: mantenere il proprio status di “uomo” oppure rinunciarvi e riconnettersi a quella dimensione materna a lungo repressa. Quando arriva il momento di guardare avanti, la scelta della nipote la costringe ad affrontare le sue paure più profonde e la pone dinanzi a un bivio: trattenerla accanto a sé o lasciarle la libertà di spiccare il volo.
All’opera prima del regista di Tirana vanno riconosciuti una serie di meriti, a cominciare da quello di avere acceso un altro riflettore su una realtà diversa (sommersa?) ancora poco vista sul grande e piccolo schermo, quella delle vergini giurate appunto. Pochissimi sono infatti i precedenti, principalmente riconducibili al cinema del reale e a documentari come A je Burrneshe! Storie di donne e di vergini giurate. C’è poi la pellicola della nostra Laura Bisburi del 2015 liberamente ispirata all’omonimo romanzo di Elvira Dones, con una straordinaria Alba Rohrwacher nei panni di una donna che per sfuggire al destino di moglie e serva decide di appellarsi alla suddetta legge, e nulla più. Il ché aumenta il peso specifico di un film come quello di Murataj che, oltre a affrontare la tematica in questione, offre un’interpretazione fresca e personale di una vergine giurata contemporanea che trascenda gli stereotipi tradizionali. Lo fa avvalendosi di Drita Kaba Karaga, che con una performance di grande forza, fisicità, espressività e partecipazione emotiva, si carica sulle spalle un personaggio molto complesso e con esso il film del quale è protagonista. Con una recitazione intensa e rigorosa, l’attrice macedone si fa interprete di una femminilità di confine priva di vanità ma non di sensualità segreta. È lei, indubbio valore aggiunto, lo “strumento” con e attraverso il quale l’autore esplora il tema dell’identità, non solo di genere, ma anche argomentazioni universali e rilevanti come l’emancipazione, la libertà e la condizione femminile, laddove queste vengono meno o messe seriamente in discussione.
La storia è resa esplicita dalla limpidezza della narrazione, da dialoghi chirugici e da immagini essenziali dall’approccio semi-documentaristico, incasellate in un funzionale 4:3 che ribadisce la centralità e l’importanza del personaggio principale. Un personaggio, quello di Man of the House, che si fa, come accade spesso nella cinematografia albanese, specchio antropologico di un Paese. Un modus operandi che consente all’opera di mettersi al completo servizio dei contenuti dei quali si è fatto portatore sano.
Francesco Del Grosso









