Home Festival Berlino Queen at Sea

Queen at Sea

233
0
VOTO: 6,5

Se questo è amour

Non è facile gestire la malattia del proprio coniuge, vedendo come esso si spenga giorno dopo giorno e dopo diversi anni di vita condivisa. Questo è qualcosa di cui il cinema si è sovente occupato, spesso anche con lungometraggi più che riusciti, entrati di diritto a far parte della storia del cinema (basti pensare, giusto per fare un esempio, all’ottimo Amour, diretto da Michael Haneke nel 2012). Eppure, data la delicatezza del tema trattato e, soprattutto, data la complessità dei sentimenti di volta in volta tirati in ballo in situazioni come queste, non sempre è facile cimentarsi con lavori del genere. Il rischio principale, infatti, è quello di dar vita a prodotti pericolosamente forzati o addirittura poco credibili. Ad ogni modo, ad avventurarsi in tale complicata impresa ha pensato il regista Lance Hammer con il suo Queen at Sea, presentato in concorso alla 76esima edizione del Festival di Berlino. Vediamo, dunque, cosa è stato capace di creare per l’occasione.
Protagonista di Queen at Sea è Amanda (impersonata da una sempre ottima Juliette Binoche), la quale si è trasferita momentaneamente a Londra insieme alla figlia adolescente Sara (Florence Hunt) per finire di scrivere il proprio libro, ma soprattutto per stare vicino a sua madre Leslie (una sorprendente Anna Calder-Marshall), affetta da demenza senile e che vive insieme al suo secondo marito, Martin (Tom Courtenay), che si prende costantemente cura di lei e si dimostra sempre molto amorevole e premuroso. Un giorno, Amanda, entrando all’improvviso in casa di suo madre, scopre Martin che sta avendo un rapporto sessuale con lei. Ma può essere davvero consenziente una donna nel suo stato? E in che modo chiamare la polizia potrebbe risolvere la cosa?
Man mano che si va avanti con la messa in scena sempre maggiori sfumature vengono via via rivelate allo spettatore. I punti di vista di Amanda e di Martin assumono, così, sfumature sempre più complesse, al punto che nemmeno noi siamo sicuri se prendere parte per l’uno o per l’altra. Particolarmente interessante, a tal proposito, è proprio la grande capacità del regista non solo di caratterizzare ogni singolo personaggio con tutte le sue numerose e complesse sfaccettature (senza mai sembrare giudicante), ma anche di analizzare in ogni suo aspetto una malattia come la demenza senile, con tanto di risvolti inaspettati che una patologia del genere può portare con sé.
Leslie e Martin vivono praticamente in simbiosi, Martin si prende costantemente cura di sua moglie e lei, nei rari momenti di lucidità, riconosce ancora la presenza del marito (ricordando addirittura alcuni dettagli riguardanti il loro primo incontro) e dimostrando di avere continuamente bisogno di lui. Ma fino a che punto è in grado di capire ciò che realmente sta accadendo intorno a lei? Parallelamente alla loro storia, dunque, ecco che in Queen at Sea ci vengono mostrate anche le vicende della figlia di Amanda, alle prese con la nuova scuola, nuove amicizie e, soprattutto, un nuovo amore. La sua relazione con un compagno di classe, così, ben si contrappone (sovente anche con l’uso di un raffinato montaggio) al legame tra i suoi nonni. Due storie d’amore in due differenti fasi della vita (ed è questo, forse, uno degli elementi maggiormente riusciti all’interno del presente lungometraggio).
Se, tuttavia, c’è qualcosa di questo Queen at Sea che ci lascia maggiormente perplessi è proprio il cambio di direzione preso dal regista man mano che si va avanti con la storia. Come già menzionato, Amanda, all’inizio della pellicola, denuncia il suo patrigno. Ciò che ne consegue sono una serie di procedure da parte della polizia e degli assistenti sociali, con tanto di visite mediche rivolte a sua madre. Eppure, ben presto, tale “battaglia legale” viene liquidata tramite un risvolto di sceneggiatura troppo frettoloso e nel complesso poco credibile, per lasciare immediatamente il posto alle concrete difficoltà riguardanti, appunto, la situazione di Leslie.
Ma sta bene. Nel complesso, infatti, questo Queen at Sea, pur risultando meno incisivo di altri lungometraggi incentrati sul tema, funziona. E in dialoghi, primi piani ed eccellenti performance attoriali vede i suoi maggiori punti di forza, riuscendo comunque a emozionarci dall’inizio alla fine. E questa, si sa, non è mai una cosa scontata.

Marina Pavido

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

1 × cinque =