Passato. Presente. Bellezza.
Comprendere e analizzare la propria storia, il proprio passato e la propria famiglia attraverso l’arte. Cosa c’è di più poetico e complesso? Nel momento in cui ci si vuole cimentare con una storia del genere al cinema, si sa, di spunti interessanti ce ne sono davvero tanti. L’importante è evitare di cadere in una pericolosa retorica, dando vita, al contempo, a un prodotto a suo modo innovativo, profondo e stratificato al punto giusto. Particolarmente degno di nota, a tal proposito, è il lungometraggio Nina Roza, ultimo lavoro della regista canadese Geneviève Dulude-de Celles, presentato in anteprima mondiale in concorso alla 76esima edizione del Festival di Berlino. Ma vediamo nello specifico di cosa stiamo parlando.
La storia messa in scena in Nina Roza è quella di Mihail, o Michel, come è solito farsi chiamare nella sua nuova patria (impersonato da Galin Stoev), curatore d’arte di origini bulgare, il quale ha lasciato la Bulgaria molti anni prima, in seguito alla morte della moglie, trasferendosi in Canada e crescendo da solo sua figlia Roza (Michelle Tzontchev). Da molto tempo, una talentuosa pittrice bulgara di soli otto anni, Nina (Ekaterina Stanina), è stata notata da molti galleristi in tutto il mondo a causa del suo precoce talento. In seguito a ciò, un collezionista d’arte canadese chiede al nostro Mihail di recarsi proprio in Bulgaria ad autenticare le opere della bambina. Per l’uomo, questa sarà anche un’occasione per fare pace con il proprio passato e per comprendere meglio il rapporto con sua figlia, al momento piuttosto conflittuale.
Nina Roza è un intenso e a tratti – inevitabilmente – anche doloroso viaggio da una nazione all’altra, da un continente all’altro, ma anche tra passato e presente. Mihail, ormai, si sente straniero nella sua terra natale, al punto da essere quasi preso in giro dalla gente del posto per il suo strano modo di parlare (come egli stesso ha ammesso, sa parlare perfettamente in bulgaro, ma ormai è portato a pensare in francese).
Numerosi flashback stanno a svelarci, man mano, il passato del nostro protagonista. Un passato da dimenticare ma che, a suo tempo, ha anche saputo regalare emozioni piuttosto intense e ricordi che fanno male proprio per la loro bellezza. Ma cosa significa abbandonare per sempre la propria patria, la propria vita, al fine di ricominciare tutto da capo? La vita, a volte, non lascia altra scelta. Proprio come sta accadendo alla giovane Nina, che soltanto in Italia, secondo una stimata gallerista, potrebbe finalmente iniziare a vivere della propria arte, nonostante ella non voglia assolutamente cambiare la propria quotidianità. Ed ecco che Nina immediatamente viene associata da Mihail proprio a sua figlia Roza, anch’ella, in un modo o nell’altro, costretta a diventare adulta prima del tempo, anch’ella che cerca in ogni modo di riconnettersi a un passato di cui suo padre, però, non vuole assolutamente parlare.
E poi, naturalmente, c’è l’arte, con tutta la sua potenza visiva e comunicativa. In Nina Roza, infatti, l’arte stessa viene trattata quasi alla stregua di coprotagonista, non solo costantemente presente nella vita di Mihail e di Nina, ma anche in grado di esprimere ciò che le parole non riescono a dire (come accade, ad esempio, ascoltando il disco di una nota cantante bulgara), e di cambiare completamente l’esistenza di numerose persone. E attraverso una messa in scena che punta tutto su emozioni, ricordi e sensazioni, ecco che Geneviève Dulude-de Celles è riuscita a trovare la chiave giusta per mettere in scena un film estremamente complesso e stratificato. Ulteriore piacevole sorpresa di questo concorso berlinese.
Marina Pavido








