Giallo Regeni
È il 3 febbraio 2016 quando il corpo martoriato e privo di vita di Giulio Regeni, giovane ricercatore italiano nativo di Fiumicello Villa Vicentina (Udine), viene ritrovato nei pressi di un cavalcavia alla periferia del Cairo. Qualche mese prima, per una ricerca commissionatagli dall’Università di Cambridge, si era trasferito nella capitale egiziana per raccogliere informazioni sui sindacati degli ambulanti egiziani. A causa delle sue connessioni con l’ambiente viene identificato, localizzato, pedinato dai servizi segreti e da loro informatori, erroneamente schedato come spia straniera. Infine, sequestrato e torturato da agenti che lo interrogano per strappargli una verità frutto della loro paranoia. E restituiscono il suo corpo martoriato, montando inverosimili moventi, puntualmente confutati dalle indagini. A otto anni dal suo ritrovamento è iniziato il processo celebrato in Italia, attualmente sospeso per una questione di legittimità costituzionale e che si auspica nel 2026 porti a una sentenza di primo grado. Nel mentre dieci anni sono trascorsi e a ricostruire il caso non solo giudiziario ancora aperto sulla tragica vicenda del suo brutale assassinio per mano di alti funzionari delle forze di sicurezza egiziane ci ha pensato Simone Manetti, con il contributo in fase di scrittura di Emanuele Cava e Matteo Billi, nella sua ultima fatica dietro la macchina da presa dal titolo Giulio Regeni – Tutto il male del mondo, in uscita nelle sale con Fandango dal 2 al 4 febbraio 2026.
Prodotto da Agnese Ricchi e Mario Mazzarotto per Ganesh Produzioni e da Domenico Procacci e Laura Paolucci per Fandango, in collaborazione con Sky e con 5/6, Percettiva, Hop Film e Wider Studio, il nuovo documentario del regista livornese ripercorre le tappe del sequestro, delle torture e dell’uccisione del ricercatore, proponendosi come un contributo alla ricostruzione della verità dei fatti legati alla drammatica vicenda. Manetti del resto è un autore che non ha mai avuto timore a sporcarsi le mani, affondandole nei meandri oscuri di pagine nere come la pece della Storia, con opere quali ad esempio Il delitto di Giarre, Marta – Il delitto della Sapienza e i recenti Achille Lauro – La Crociera del Terrore e Goodbye Baghdad, che ne sono la prova inconfutabile. Chi meglio di lui poteva occuparsi di un caso come quello di Regeni. Lo ha fatto in maniera chirurgica e dettagliata, mettendo in fila nel giusto ordine tutti i tasselli chiave di un puzzle complicatissimo segnato da omertà, falsità, omissioni e depistaggi, come solo il giornalismo d’inchiesta di alto livello è in grado ed è capace di fare. Ed è questo l’approccio che gli autori e il regista hanno voluto adottare per dare forma e sostanza a un progetto che aveva il dovere e lo scopo di mettersi come prima cosa al completo servizio della vicenda in questione, dando precedenza ai fatti, alle dinamiche e agli eventi, invece che alla componente umana ed emozionale. Da qui la decisione di optare per una regia poco ingombrate e non invasiva, compatta, essenziale, lineare, frutto di scelte mirate che dovevano aiutare il racconto, le argomentazioni sensibili e i contenuti dal peso specifico rilevate a materializzarsi da prima sulla timeline e di conseguenza sullo schermo. La confezione estetica è comunque di qualità, ma acquista spessore e impatto cinematografico grazie al performante lavoro sul suono che consente alle immagini di acquistare tridimensionalità e alla tensione di salire e scendere, al netto di un abuso di musica eccessivamente spalmata sull’intera timeline.
Il regista livornese ha seguito il processo sin dal suo inizio, nel marzo 2024, filmando tutte le udienze e accompagnando in aula Paola Deffendi, Claudio Regeni e l’avvocata Alessandra Ballerini. Le riprese in tribunale e la raccolta delle testimonianze di politici e funzionari italiani dei servizi segreti chiamati a deporre nel processo in Corte d’Assise presso il Tribunale di Roma, fanno così da controcampo alle tre interviste principali ai genitori di Giulio e al loro legale, scorrendo su binari paralleli che si completano a vicenda per restituire la misura del tutto. Un tutto che fa delle parole il canale informativo e narrativo di trasmissione principale, acquistando ulteriore spessore grazie a un “magma incandescente” di materiali d’archivio (audio, documenti, filmati di varia natura, giornali) che contribuisce in modo sostanzioso ad alimentare e a sostenere le tesi portate avanti con assoluta chiarezza da un film urgente quanto necessario.
Francesco Del Grosso









