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What Happened to Dorothy Bell?

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VOTO: 7

Orrori sepolti tra le pagine del passato

Negli ultimi due anni, il filone del found footage horror sembra essere ritornato particolarmente in auge, tra esperimenti a livello mainstream e opere dal taglio più indipendente: mentre, nelle sale italiane, è tuttora in programmazione Shelby Oaks – Il covo del male (che si giova della produzione di Mike Flanagan), lo specializzato Oltre lo specchio Film Festival 2025 ci ha regalato almeno due titoli afferenti al genere: il notevole Strange Harvest, originale combinazione di found footage, mockumentary e (finto) true crime, presentata in concorso, e questo What Happened to Dorothy Bell?, lavoro dal taglio più classico, che ha invece trovato spazio nella sezione non competitiva. Non ingannino le assonanze polanskiane del titolo, probabilmente più un vezzo citazionista che una vera e propria dichiarazione di parentela; il film di Denis Villanueva Jr. (al suo attivo alcuni corti, prima dell’esordio nel lungometraggio nel 2021 con l’oscuro I Dream of a Psychopomp) muove infatti da una premessa che mette insieme un topos del cinema sovrannaturale – la maledizione, apparentemente impossibile da spezzare, trasmessa da un singolo oggetto – e un background narrativo più moderno (una giovane protagonista alle prese con problemi di salute mentale, una famiglia spezzata per il silenzio delle generazioni più anziane, l’emergere di un trauma familiare rimosso che cela orrori indicibili).

Chi scrive ha già avuto modo di esprimere, nella recensione del citato Strange Harvest, tutte le sue personali riserve sul filone del found footage, che non si starà qui a ripetere (rimandiamo volentieri, a tal proposito, al primo paragrafo del suddetto articolo); ci si limiterà a dire che, laddove il menzionato film di Stuart Ortiz approcciava il genere da un punto di vista più “teorico”, facendo un’interessante operazione di contaminazione col filone parallelo del true crime, e giocando (metacinematograficamente) con gli sconfinamenti tra realtà e inganno, qui siamo dalle parti di un’opera “di genere” più semplice, in qualche modo più lineare – a dispetto dei frequenti flashback che punteggiano il plot; un’opera che sceglie semplicemente questa modalità di messa in scena tra le tante possibili, più per ragioni stilistiche che di reali potenzialità narrative. Una caratteristica che paradossalmente diventa un limite, per il film diretto da Villanueva, laddove la pretesa artigianalità del materiale assemblato (riprese di un video-diario “fai da te” realizzate dalla protagonista a scopo terapeutico; vecchi filmati di famiglia girati con videocamere analogiche; registrazioni di sedute di psicoterapia online; spezzoni di riprese delle telecamere di sorveglianza della biblioteca in cui si svolge parte della storia) si scontra con una certa eleganza, nella messa in scena, che il regista non riesce del tutto a mascherare. Come spettatori, e appassionati del genere, ne godiamo lo stesso, sia chiaro: ma non si riesce a fare a meno di chiedersi, a questo punto, se un horror girato in modo classico non avrebbe funzionato ugualmente, e forse meglio.

Comunque sia, come si sarà capito guardando il voto, What Happened to Dorothy Bell? fa decisamente bene il suo, se visto – come in fondo è giusto vederlo – come macchina da brividi atta ad evocare, e far risuonare in chi guarda, paure ataviche (sovrannaturali e non). Il plot muove da una premessa che è insieme debitrice alla narrativa di Stephen King – l’irruzione improvvisa dell’orrore nel tessuto della quotidianità, la biblioteca come spazio deputato al suo svelamento, la stessa materialità dell’oggetto-libro come suo possibile veicolo e/o strumento di neutralizzazione – ma anche molto contemporanea nella delineazione del background: la giovane Ozzie Gray (un’ottima Asia Meadows), estraniata dalla sua famiglia e da tempo alle prese con problemi di salute mentale, scopre casualmente che all’origine dei suoi problemi potrebbe esserci un trauma familiare rimosso; un episodio avvenuto nella sua infanzia, che aveva coinvolto sua nonna materna Dorothy Bell (Arlene Arnone Bibbs) all’epoca impiegata nella biblioteca comunale. Col supporto della sua terapista, la dottoressa Robin Connelly (interpretata da Lisa Wilcox: gli appassionati la ricorderanno come teenager braccata nei sogni, nel quarto e quinto episodio della saga di Nightmare), Ozzie inizia così una sua personale indagine partendo proprio dalla biblioteca: lo scopo è cercare di capire perché sua nonna, all’epoca stimata bibliotecaria e per lei figura amorevole, a un certo punto assunse un comportamento folle e violento.

L’intrigante premessa di What Happened to Dorothy Bell? viene man mano sciolta – tra inquietanti filmati di famiglia riesumati, bibliotecari restii a rievocare vecchi orrori, sedute di psicoterapia online le cui immagini si freezano in modo da lasciare letteralmente agghiacciato chi guarda – in una direzione che forse, date le premesse, lascia un po’ di amaro in bocca per il suo sapore di déjà vu. Una direzione che poi il regista, comunque, segue in modo coerente, giocando abilmente (come si diceva: forse troppo abilmente, vista la teorica artigianalità del materiale di cui il film si dovrebbe comporre) con la molteplicità delle fonti di ripresa, la diversa fattura tecnica delle immagini, la loro differente capacità di svelare/nascondere l’ignoto. In questo senso, la messa in scena del film risulta decisamente più efficace di quella della maggior parte degli attuali horror mainstream, anche al di fuori del ristretto filone del found footage. A non convincere del tutto, in questo comunque soddisfacente horror, è la progressiva messa in secondo piano, nell’incalzare degli eventi, della base stessa del racconto: il disturbo mentale indotto della protagonista, il trauma rimosso, il “nido” familiare che diventa prima incubatore di orrore, poi ricettacolo di bugie che moltiplicano le ferite anziché contribuire a rimarginarle. Non siamo, insomma, di fronte a un elevated horror propriamente detto: eppure la descrizione della protagonista, e le tematiche evocate dal substrato stesso del racconto, in qualche modo ponevano premesse che poi lo sviluppo ha soddisfatto solo in parte. Anche perché, in fondo, la pur efficace conclusione resta tutt’altro che imprevedibile. Ma, laddove in un’ora e mezza si ha pur avuto modo di spaventarsi – a tratti in modi inediti e tutt’altro che scontati – ci si può in definitiva accontentare.

Marco Minniti

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