Solitudini senza un futuro ovvero “chi va con lo zoppo impara a zoppicare”
Riproposto in CiakPloska 2025 nell’ambito dei Grandi Classici del Cinema Polacco e più specificamente nella succosa retrospettiva dedicata quest’anno ad Agnieszka Holland, A Lonely Woman (Kobieta samotna, 1981) viene spesso ricondotto, non a torto, a quel particolare nucleo di opere della filmografia polacca per le quali si è soliti parlare di “cinema dell’inquietudine morale”. E di inquietudine ce n’è davvero tanta, nel lungometraggio diretto in modo libero e non convenzionale da una Agnieszka Holland all’epoca molto giovane, ma con una personalità registica già ben formata; un’inquietudine riconducibile peraltro sia alle situazioni sperimentate sullo schermo dai personaggi principali del racconto che a uno sfondo politico-sociale tratteggiato a volte in modo estremamente caustico. Tant’è che non ci sorprendono affatto i problemi che il film ebbe con la censura della Polonia comunista.
Solitudini troppo rumorose. Monadi che l’assetto sociale dell’epoca poteva a malapena tollerare. Vite poste ai margini sia dei “benpensanti” di allora, ovvero i grigi vessilliferi del “socialismo reale”, sia paradossalmente di Solidarnosc, motore di cambiamenti storici epocali, tutto sommato ancora in rodaggio, che sentiamo citare nel corso di un intenso dialogo a tavola senza che questo però porti reale giovamento alla protagonista; figura centrale del racconto è infatti Irena, postina di Breslavia con un figlio di 8 anni a carico e una situazione famigliare (e abitativa) a dir poco disagiata. Altrettanto problematico è il suo rapporto con gli uomini. Per un po’ sembrerà che l’incontro con un altro outsider, Jacek, invalido del lavoro invaghitosi di lei, possa portare a entrambi prospettive nuove, un’empatia sincera e persino un afflato erotico-sentimentale in precedenza mai provato. Eppure a livello affettivo ed esistenziale questo stesso connubio si rivelerà, eufemisticamente parlando, un fuoco di paglia. Con esiti altresì disastrosi.
Alternando coraggiosamente toni farseschi, melodrammatici, parodici, finanche drammatici, Agnieszka Holland seppe così affrescare una tragicommedia che ancora oggi parla al cuore (e alla mente) dello spettatore, grazie alla bravura degli interpreti e a una freschezza del linguaggio cinematografico che lascia a tratti di stucco. L’ironia dell’autrice si disperde proficuamente attraverso diversi rivoli. Dalla “clownerie” che accompagna a volte gli incontri della protagonista con lo scombinato Jacek o con altri, vedi tra tutti i terribili vicini di casa. Fino a quel ritratto così acido della Polonia comunista ormai in decomposizione che affiora, ad esempio, nelle scene dall’impronta vagamente surreale e stilizzata delle lunghe file per accaparrarsi i generi di prima necessità come pure nella sequenza, posta verso la fine, in cui il disperato blitz del co-protagonista all’ambasciata americana diventa quasi teatro dell’assurdo. E nota di merito naturalmente per quell’epilogo, tale da ricordarci concettualmente il De Sica di Miracolo a Milano, in cui naufragata la realtà un ultimo incontro tra madre e figlioletto può sussistere solo in chiave metafisica.
Stefano Coccia









