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La montagna magica

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VOTO: 7

Social dreaming

Nel mondo ci sono tanti luoghi che per un motivo o per un altro sono rimasti inaccessibili per un lungo periodo prima di tornare alla luce. Di luoghi così ce ne sono tanti anche in Italia. Uno di questi è l’ex miniera di amianto di Balangero, a nord-ovest di Torino, che dal 1918 al 1990 fu la più grande cava a cielo aperto d’Europa. Oggi è al centro di un esteso progetto di bonifica in cui i segni ancora leggibili dell’attività estrattiva convivono con quelle di un progressivo ritorno allo stato selvatico grazie alla ricomparsa, sia naturale sia indotta, di diverse specie vegetali e animali. Ed è in quell’area che la videocamera di Micol Roubini è andata a immergersi nel documentario dal titolo La montagna magica, presentato nella sezione “Made in Italy” della 28esima edizione del Festival CinemAmbiente dopo la vittoria del Premio Innovazione Cinematografica Gabbiano al Bellaria Film Festival 2025.
La regista milanese, della quale abbiamo già avuto modo di apprezzare il precedente La strada per le montagne, prende spunto dalla vicenda reale della chiusura dell’amiantifera ripercorrendo le tracce della sua storia dimenticata. Lo fa ricostruendo il passato del sito attraverso archivi, testimonianze e riprese del paesaggio, in un vero e proprio flusso mnemonico e di coscienza individuale e corale. Il tutto tenuto insieme e accompagnato da una voce narrate che è al contempo cronaca, diario e poesia. Come punto di partenza utilizza l’omonima video-installazione da lei stessa firmata, di cui conserva l’approccio sensoriale e la densità visiva, fornendo una riflessione sul tempo, sullo sfruttamento delle risorse e sul potere evocativo dei luoghi. La montagna, svuotata e poi abbandonata, diventa il simbolo di un rapporto estrattivo tra essere umano e territorio, ma anche di una memoria che riemerge tra rovine, silenzi e voci residue. Una memoria che prende corpo e voce attraverso i racconti dei sogni notturni e i ricordi degli abitanti della zona che uno alla volta aggiungono un tassello alla storia e al passato di quei luoghi
La montagna magica è un sogno corale, un social dreaming con lo ha definito l’autrice, che si materializza sullo schermo sotto forma audiovisiva di un documentario che sfugge a una precisa catalogazione, sia nel modo di veicolare i contenuti, le tematiche (rapporto uomo-natura, l’importanza della memoria dei luoghi e delle persone) e i messaggi (tra cui quello ecologista) che per la confezione. Entrambe non seguono percorsi e modus operandi classici, a cominciare da quelle che sulla carta dovrebbero essere delle interviste frontali e che nelle mani della Roubini invece diventano performance e monologhi messi uno di seguito all’altro per creare una drammaturgia. Ed è questa forma “liquida”, mutevole e libera, che mescola dimensione onirica, metaforica e fisica, performance e cinema del reale, senza che nessuna di esse fagociti mai le altre, a fare la differenza.

Francesco Del Grosso

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