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Bolero

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VOTO: 7

L’uomo e il suo capolavoro

Attrice, sceneggiatrice e regista lussemburghese, Anne Fontaine si è fatta notare dietro la macchina da presa con opere raffinate e spesso di fine gusto letterario. Bolero, la sua ultima fatica dietro la macchina da presa presentata in concorso alla prima edizione del Milano Film Fest dopo l’anteprima al 53° International Film Festival Rotterdam, non è da meno. L’eleganza della scrittura, della messinscena e della messa in quadro di questo che già dal titolo si evince essere al contempo un biopic e un period-drama in cui viene rievocata l’esistenza di Maurice Ravel e la genesi del suo capolavoro, ne sono l’ulteriore testimonianza e un punto a favore sia sul piano narrativo che formale. In particolare la fotografia, le scenografie e i costumi contribuiscono in maniera determinante a rendere e a far respirare l’aria dell’epoca, così come era stato per altri suoi film ambientati nel passato come Agnus Dei o Coco avant Chanel.
Le lancette dell’orologio tornano per l’occasione al 1928, a Parigi, quando la ballerina, coreografa e mecenate russa Ida Rubinstein commissiona a Ravel la musica per il suo prossimo balletto. Proprio la crisi d’ispirazione conseguente alla creazione del celeberrimo componimento innesca il racconto alla base del film, un racconto non cronologico in cui trovano spazio balzi in avanti e indietro nel tempo che ci riportano all’infanzia, al periodo trascorso in guerra e alla malattia in età avanzata del protagonista. E ad accompagnare gli highlights dell’esistenza del musicista, compositore e direttore d’orchestra francese ci sono anche i frammenti amorosi e affettivi per Misia Sert e l’amata madre. Il tutto palleggia insistentemente senza entrare mai in rotta di collisione e armoniosamente con quella che è di fatto la linea orizzontale e principale del plot, ossia il processo che ha portato alla nascita del brano da concerto che i titoli di testa, con una carrellata che mostra una miriade di esecuzioni e riadattamenti a tutte le latitudine nei decenni successivi, ci ricordano essere un capolavoro universale intramontabile. Diciassette minuti, tanti ne dura il brano, la cui melodia è ormai stampata a caratteri cubitali nella storia della musica e nell’immaginario popolare.
Quella di Bolero è dunque un’architettura narrativa e drammaturgica piuttosto classica e comune per pellicole a carattere biografico come questa. Qui è assolutamente funzionale alla tipologia di racconto, per cui né annoia né appiattisce il contenuto, tantomeno i personaggi, a cominciare da Ravel, la cui complessa personalità e il genio creativo vengono ben approfonditi e restituiti sullo schermo dalla Fontaine e dall’attore che è stato chiamato a vestirne i panni, ossia Raphaël Personnaz. Al fianco di quest’ultimo tre bravissime interpreti come Doria Tillier (Misia Sert), Jeanne Balibar (Ida Rubinstein) ed Emmanuelle Devos (Marguerite Long), che consentono con le rispettive figure di esplorare altri aspetti del carattere e della vita dell’artista. Ciò le rende figure fondamentali e non secondarie nel corso della storia e dell’esistenza di Ravel, così come quella della madre più volte rievocata.
Il risultato è un ritratto tridimensionali fatto di luci e ombre, che poi è una costante nel cinema della Fontaine, in cui la tensione psicologica funge da lente per andare a indagare i risvolti inaspettati che si nascondono dietro l’apparenza. Bolero in tal senso è una “radiografia” che va a cercare quelli che si celavano dietro Ravel e il suo genio creativo.

Francesco Del Grosso

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