Acqua sull’acqua
Nell’ottima giornata del 22° Asian Film Festival ribattezzata “Indonesian Day” per la presenza di ben tre titoli con tale provenienza, notevole sul piano estetico, antropologico e mitopoietico è stato l’impatto di Tale of the Land, proiettato nel pomeriggio alla presenza del regista Loeloe Hendra Komara e di membri delle rappresentanze diplomatiche dell’Indonesia in Italia e presso la Santa Sede.
Presentata in anteprima mondiale al Festival di Busan nel 2024, questa opera prima ci ha posto di fronte un giovane autore già molto maturo sul piano stilistico, capace poi di elaborare una poetica personale a ridosso degli elementi naturali che caratterizzano le zone lacustri del Borneo e che influenzano lo stile di vita delle popolazioni locali.
L’elemento liquido domina l’orizzonte. Sono orizzonti bassi, in cui il cielo sembra specchiarsi sull’ampia distesa lacustre. E sul pelo dell’acqua si stagliano, più o meno lontani dalla riva, alcuni “totem”, quali appaiono ai nostri occhi certi alberi affioranti dalla superficie del lago o la stessa casa galleggiante dei protagonisti.
Un elemento antropico ancorato al culto degli antenati sfida qui sia una natura non sempre benigna sia le nuove tentazioni, rappresentate da quel “progresso” che il passaggio di un’imponente chiatta carica di carbone rende d’un tratto visibile, creando già qualche turbamento; laddove gli equilibri preesistenti sembrerebbero coinvolgere persino le mandrie di bufali, che passano in acqua quasi più tempo che sulla terraferma.
Ecco, il contrasto dialettico tra terra e acqua è incarnato perfettamente dalla protagonista, May, amorevolmente accudita ma anche pesantemente condizionata dal nonno Tuha, il quale di fatto la costringe a vivere sulla loro casa galleggiante, dopo aver perso qualsiasi altra proprietà posta nell’entroterra. Del resto, le rare volte in cui la ragazza prova a poggiare i piedi sul suolo, raggiungendo di nascosto la terraferma, comincia a perdere sangue dal naso e sviene. Solo il sacrificio di un pollo, a quel punto, pare conferirle sufficiente energia da riprendersi. Sono però le conseguenze di un’atavica maledizione famigliare, come suggerito dal nonno… o si può forse ipotizzare un disturbo ossessivo-compulsivo, autosuggestione pura?
Su questa linea sottile si muove un film dall’estetica raffinata, profondo anche nel descrivere gli stati d’animo dei vari personaggi, in cui impulsi claustrofobici, lampi di critica sociale quasi subliminali e sequenze di natura misterica, in cui fanno capolino anche le tradizioni locali, convivono in modo armonico. E se a lasciare le suggestioni più forti sono proprio i momenti surreali, onirici, efficacemente rappresentati dai sogni della ragazza spesso così angoscianti, l’epilogo le regala invece quell’evento liberatorio, catartico, che riassume molto bene il percorso e la maturazione psicologica del soggetto in questione.
Stefano Coccia








