Anche i cacciatori di teste piangono
Il recruiting, in ambito lavorativo, è un affare molto serio negli Stati Uniti. Quando una compagnia o un’azienda ha urgente bisogno di un rimpiazzo, spesso sceglie di rivolgersi alle agenzie di reclutamento del personale, società esterne che raccolgono nelle loro file i professionisti dell’executive search, ovvero i cosiddetti headhunters.
Il protagonista di Quando un padre, Dane Jensen (Gerard Butler), è un cacciatore di teste della “Blackrock Recruiting”, una delle imprese di risorse umane più affermate di tutta Chicago, ma che in realtà di “umano” ha decisamente poco. Ai piani alti di un asettico grattacielo come tanti, una miriade di consulenti in giacca e cravatta si arrabatta per segnare sulla lavagna bianca il maggior numero di compensi ottenuti. Fra tutti spicca Dane, un padre di famiglia che trascura i propri affetti per trascorrere ogni giorno diciotto ore in ufficio, tenendosi in bilico sul filo della legalità a causa di metodi poco ortodossi.
Mark Williams porta sul grande schermo una lotta per la scalata al potere senza esclusione di colpi, almeno nella parte iniziale del lungometraggio, ovvero quando il boss della società, Ed Blackridge (Willem Dafoe) confessa di voler lasciare il posto di CEO a chi concluderà più affari entro la fine dell’anno. La sfida che contrappone le “fazioni” di Dane e dell’agguerrita Lynn Vogel (Alison Brie) potrebbe essere paragonabile a una sorta di incrocio tra Americani e The Wolf of Wall Street in versione edulcorata e semplificata, lontana anni luce dalla sceneggiatura di Mamet e dalla regia di Scorsese. All’apice dello scontro tra i due headhunters non tarda infatti a sopraggiungere il cliché della malattia che colpisce all’improvviso una persona vicina al protagonista, evento da cui scaturisce la progressiva e ineluttabile redenzione di un personaggio egoista ed egocentrico fino a poco prima.
Il dramma vissuto dal protagonista consente a Gerard Butler di mostrare convincenti doti attoriali in una sorta di showreel che spazia tra rabbia, delusione, pianto e felicità. In Quando un padre è il one man show dell’attore scozzese a farla da padrone e a oscurare le recitazioni sottotono da ruolo secondario di Alison Brie e Gretchen Mol, interprete di Elise, moglie di Dane.
Il lavoro condotto da Williams dietro la macchina da presa è però pedante, stereotipato e altamente manipolativo perché le lacrime indotte sono sempre dietro l’angolo. La sceneggiatura di Bill Dubuque rasenta più volte il ridicolo nel suo alternarsi tra riflessioni sulla bellezza degli edifici storici di Chicago e i problemi che scombussolano l’ordinato caos esistenziale di una famiglia vincolata a dinamiche antiquate.
Quando un padre aspira a inglobare i tratti tipici del thriller corporativo, del melodramma e della commedia, dando vita però a un ibrido datato e melenso. Appesantito da una fotografia patinata e artificiosa, nella prima regia di Williams emerge per fortuna anche la naturalezza e l’umanità dell’ingegnere disoccupato Lou Wheeler, uno strepitoso Alfred Molina che avrebbe meritato più spazio tra i dialoghi preconfezionati di Dubuque. Quando il cacciatore di teste chiama forse sarebbe meglio non rispondere.
Andrea El Sabi









