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Un bacio

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VOTO: 5.5

Il favoloso terzetto

Era già accaduto con La kryptonite nella borsa, suo esordio cinematografico dietro la macchina da presa; ora il fatto si ripete con puntualità anche in Un bacio, opera che focalizza la propria attenzione sull’adolescenza di un terzetto di ragazzi. Stiamo parlando di Ivan Cotroneo e del difetto principale del suo cinema, cioè quello di giocare d’accumulo infischiandosene totalmente di dare un’impronta realistica – o almeno verosimile – alla storia. Un modus operandi che non sarebbe nemmeno negativo a priori, se ciò significasse trasfigurare per intero l’essenza del suo film, ovvero l’omosessualità vista da sguardo retrogrado come invalicabile barriera di inserimento sociale, in un mondo fantastico come accaduto molti anni fa al collega belga Alain Berliner con il suo La mia vita in rosa (1997). Il problema principale di Un bacio è invece quello di pretendere, un po’ presuntuosamente, di essere troppe cose: un racconto sull’adolescenza di stampo truffautiano privo però della significativa aderenza alla realtà del maestro francese. Oppure un folle e colorato – altamente professionale comunque la fotografia di Luca Bigazzi, che asseconda una regia sin troppo virtuosistica nella messa in scena – estratto almodovariano sull’elogio alla follia come rifugio da un mondo esterno incapace di comprendere, anche superficialmente, alcune decisive dinamiche interiori. Tutto ciò senza mai nemmeno sfiorare i mirabolanti eccessi del grande autore iberico.
Ecco dunque sfilare davanti allo sguardo spettatatoriale, in un’ambientazione da convenzionale e tranquillo nordest italico dove la spazzatura viene scientemente occultata sotto i metaforici tappeti, tre differenti tipologie di ragazzi. Lorenzo (Rimau Grillo Ritzberger), fresco di trasferimento in loco con la nuova famiglia di adozione, è un adolescente sensibile, consapevole e fiero della propria omosessualità. Blu (Valentina Romani) è una liceale affamata di vita ma in possesso di una maturità che la rende piuttosto atipica nel contesto scolastico delle coetanee. Antonio (Leonardo Pazzagli) invece è il classico all boy locale, atletico e buon giocatore di basket, che il padre tenta in ogni modo di iniziare alla sua passione preferita, la caccia. Come sia possibile che tra i tre nasca un’amicizia che li conduca ad esplorare territori sin lì vergini della loro esistenza, questo la sceneggiatura di Cotroneo lo dà quasi per scontato, senza prodigarsi in descrizioni che forse sarebbero state utili a far compenetrare il pubblico nell’animo dei giovani protagonisti. Abbondano, al contrario, gli stereotipi d’ispirazione para-televisiva, dunque tendenti alla semplificazione e perciò a dividere il microcosmo preso in esame in buoni e cattivi. Da una parte l’esemplarità dei genitori di Lorenzo e Blu, punti di riferimento su cui contare sia pure dopo qualche incomprensione tra Blu e la madre. Dall’altra la professoressa stronza che vorrebbe sospendere Lorenzo per essersi messo lo smalto sulle unghie, o i compagni di squadra di Antonio, pronti – nel nome di una forma degenerata di cameratismo – a rimarcare i suoi contatti con personaggi così diversi dalla loro pseudo-normalità.
Nonostante le sin qui enunciate problematiche, per la sua gran parte il film di Cotroneo si mantiene sui toni disincantati di una commedia molto (troppo?) incline alla strizzatina d’occhio verso il pubblico di riferimento, si presume adolescenziale. Al quale vengono pure riservati pistolotti morali di facilissima decifrazione sull’uguaglianza tra i sessi, l’assurdità delle discriminazioni e via discorrendo. Fino ad arrivare ad un finale tragico che vorrebbe rappresentare un brusco colpo di scena nell’economia narrativa di Un bacio – teso magari a far rileggere il tutto da una prospettiva differente – ma che invece pare nient’altro che un corpo estraneo, trapiantato a viva forza nel contesto di un messaggio, da far pervenire a destinazione ad ogni costo, che punta l’indice sulle troppe storture assortite della società. E’ proprio il contenuto del film – sulle cui buone intenzioni di partenza non c’è affatto da dubitare, anche sotto l’aspetto di voler realizzare qualcosa di originale nel panorama italiano – allora a divenire il punto nodale del dibattito su un’operina che vorrebbe sollevare una discussione su tematiche pregnanti (c’è pure la violenza sulle donne, subita da Blu nella fattispecie. Tanto per non farsi mancare nulla…) ma che finisce con il descrivere confusamente la gioventù contemporanea degli anni 2.0., rifiutando a monte qualsiasi scomodo tentativo di analisi compiuta. E dimostrando per l’ennesima volta l’estrema difficoltà, per il cinema italiano di oggi, di riuscire a piacere e far riflettere allo stesso tempo.

Daniele De Angelis

 

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