77 giorni

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6.5 Awesome
  • VOTO 6.5

Il giro del Tibet in (meno di) 80 giorni

Per emozionare il pubblico a Brad Pitt erano stati necessari Sette anni in Tibet. Un risultato non meno coinvolgente lo ha ottenuto un film-maker cinese in rapida ascesa, Hantang Zhao, concentrando nei 77 giorni del titolo un’avventura folle, temeraria, estrema, sempre ambientata nei paraggi del cosiddetto “tetto del mondo”. Il film si ispira più precisamente a un libro autobiografico pubblicato nel 2011 da Yang Liusong (“Chang Tang, Super Wasteland), per raccontare la sua determinazione nel voler essere il primo ad attraversare da est a ovest la regione disabitata di Qiang Tang, nel Nord del Tibet, procedendo da solo in bicicletta e senza alcuna assistenza. Un’impresa davvero improba, che aveva già fatto qualche vittima. E ciò non deve stupire, se si considera il carattere così aspro e insidioso del territorio: zone completamente desertiche, piene improvvise e devastanti, branchi di lupi in agguato, yak selvatici pronti a caricare se disturbati, violente escursioni termiche, tempeste che oscurano il cielo. Tale altipiano, insomma, di pericoli ne cela davvero parecchi.

In 77 giorni, intenso lungometraggio montato secondo un’ardita costruzione a incastri destinata a creare un po’ di confusione nello spettatore, pur risultando assai suggestiva, non è solo l’aspetto epico dell’impresa a imporsi, poiché un tentativo di scavare nelle motivazioni più intime dei protagonisti avviene qui in termini alquanto rapsodici e al contempo vibranti.
Già l’arrivo a Lhasa, sorta di “campo base” ove preparare la spericolata missione, propone una sorta di limbo esistenziale in cui far incrociare le differenti aspirazioni ed esperienze di vita del protagonista stesso, di una disillusa guida locale che si fa chiamare “Old Captain”, ed infine di una tenace e orgogliosissima donna, Lan Tian, ex fotografa costretta su una sedia a rotelle proprio per via di un incidente in alta montagna. La tenera amicizia con la coraggiosa ragazza, autentico leitmotiv riproposto più volte durante il film, sarà di ispirazione per Yang al momento di intraprendere quel periglioso oltre che solitario viaggio attraverso cime coperte di neve, laghi salati e brulle pianure.
Pur accumulando più di un eccesso, specie nelle parti oniriche così prossime all’estetica del videoclip, il film di Hantang Zhao affascina nella sua dimensione di atipico progetto cinematografico on the road, di survivor movie riletto in chiave esistenzialista. L’accumularsi di minacce dall’ambiente circostante è così incalzante da far pensare a un orientale, parossistico calco di topoi su cui il cinema hollywoodiano si è soffermato spesso e volentieri, ma con toni diversi; un po’ come se la poetica di Into the Wild e quella di Revenant-Redivivo si venissero incontro. Qualunque idea ci si faccia infine di questo filmone d’avventura che in un certo senso vorrebbe conciliare l’inconciliabile, puntando a edificare un ponte tra la ieraticità del Tibet sottomesso e le ambizioni della nuova Cina, lo spettacolo delle forze della Natura in azione è tale a volte da togliere il fiato.

Stefano Coccia

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