Punishment Island

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8.0 Awesome
  • voto 8

Sopravvissute

Quella narrata in Punishment Island è una di quelle pagine sepolte da e nel tempo, destinate nella stragrande maggioranza dei casi per svariati motivi a rimanere tali. Capita, però, che qualcuno riesca miracolosamente a ripescarle dal “pozzo” laddove erano state confinate per essere dimenticate una volta per tutte. Quel qualcuno è Laura Cini che, nel suo ultimo documentario vincitore del premio per il miglior film (ex aequo con Shadowgram di Augusto Contento) e di quello della giuria giovani nel concorso italiano delle terza edizione di Visioni dal Mondo, ha strappato ai tentacoli impietosi della leggenda una storia che rischiava altrimenti di essere inghiottita dalle acque come il lembo di terra al centro di un lago che ne è stata l’infausta cornice. La storia in questione è quella di Akampene, una minuscola isola in Uganda dove le ragazze che restavano incinta, infrangendo il tabù del sesso prematrimoniale, venivano abbandonate e ivi trovavano la morte, per fame o per annegamento.
Il grande merito della regista toscana, al di là del risultato ottenuto che come vedremo è assolutamente degno di nota, è proprio quello di avere impedito all’ennesima drammatica vicenda sconosciuta ai tanti di restare confinata nella leggenda per poi inabissarsi per sempre nell’oceano della dimenticanza. Già questo andrebbe tenuto seriamente in considerazione in sede di analisi critica, sottolineando più volte il valore e l’importanza storiografico dell’opera e del suo percorso di svelamento della verità. il documentario si svolge attraverso il racconto dei una voce fuori campo, la voce dell’isola che si fa persona, e protagonista, e racconta le toccanti storie di alcune sopravvissute, Mauda, Jenerasi e Grace. Salvate da uomini poveri che non avevano la dote per sposarsi, queste tre donne rivelano la storia segreta di Akampene. Le parole di queste tre donne, unite a quelle dei loro parenti, danno origine a un flusso orale dal fortissimo impatto emotivo, che mette letteralmente alle corde lo spettatore. La bravura della Cini sta nel non prestare mai il fianco alla spettacolarizzazione del dolore. L’autrice, infatti, dopo un lungo lavoro di ricerca su e lontano dal campo durato diversi anni, fa sua la vicenda per poi restituirla sul grande schermo con grandissimo rispetto, attenzione e sensibilità, in primis nei confronti del terzetto di donne che si è avvicendato davanti la macchina da presa per rievocare la sofferenza e la tragedia dei giorni trascorsi sull’isola.
Ma questo non è il solo merito di Punishment Island. Alla potenza intrinseca della storia e all’approccio alla materia profondamente umano ed etico dimostrato dalla regista si vanno ad aggiungere anche la forza del linguaggio e la pregevolezza della confezione. La messa in quadro regala alla platea un mix di immagini poetiche e di scenari brutali, capace di lasciare un’impronta indelebile nel cuore e nella retina della spettatore. La conseguenza diretta è una perfetta alchimia tra forma e contenuto, che impedisce all’una di fagocitare o schiacciare con il suo peso specifico l’altra. L’equilibrio è, quindi, il punto di forza di un documentario che non può lasciare indifferenti, poiché capace di scavare in profondità e di abbattere le difese immunitarie di qualsiasi fruitore.

Francesco Del Grosso