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The Complex Forms

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VOTO: 8,5

Il limbo esistenziale e il tempo dell’attesa

Il regista Fabio D’Orta dirige The Complex Forms, selezionato per la quarta edizione di eXtramondi, lungometraggio di cui ha anche firmato la sceneggiatura e curato la fotografia. Per quest’ultima è stato premiato alla terza edizione dei Vespertilio Awards, kermesse in cui ha ottenuto anche il riconoscimento per la miglior produzione.

Il film sfoggia un bianco e nero davvero peculiare e raffinato, giocando interamente sul clima dell’attesa e sulla sospensione tra realtà, incubo e allucinazione. La vicenda segue alcuni uomini che si recano in una maestosa villa: individui senza più nulla da perdere e con un disperato bisogno di denaro. Tra loro c’è Christian (David Richard White), un cuoco in grave crisi finanziaria che accetta di vendere il proprio corpo per 12 giorni a un’entità oscura e misteriosa in cambio di un’ingente somma, utile a ripagare i debiti e a risollevare le proprie sorti.

La villa è una location dal fascino decadente che ben rappresenta il limbo esistenziale in cui Christian è sprofondato. Lo stesso regista ha dichiarato di essere rimasto estasiato dalla sua bellezza, avendola scoperta durante un sopralluogo a Chiari, in provincia di Brescia. Le immense entità che emergono dal buio e si aggirano all’interno dell’edificio evidenziano quanto l’uomo ne sia sopraffatto, evocando immediatamente l’orrore cosmico tipico di H.P. Lovecraft. Il design inusuale di questi giganti cattura l’attenzione dello spettatore, valendo poi all’opera il premio per la Best Creature Feature.

I movimenti di macchina e la composizione delle inquadrature, soprattutto all’interno delle stanze, sono concepiti come opere pittoriche. Questa ricerca formale trasmette l’idea di un non-luogo metafisico in cui il tempo sembra fermarsi e i corpi dei protagonisti appaiono come involucri pronti per essere posseduti da entità ancestrali. Il clima di attesa si fa sempre più opprimente, richiamando le suggestioni del teatro beckettiano e in particolare di Aspettando Godot: i personaggi, confinati in un unico spazio, vivono una routine priva di logica e ripetono azioni svuotate di significato mentre il tempo scorre in una stasi perenne.

Il labirinto esistenziale rappresentato dalla villa — caratterizzata da una sontuosa architettura barocca e neoclassica — diventa un vero e proprio personaggio aggiunto, creando un affascinante parallelo con il capolavoro di Alain Resnais L’anno scorso a Marienbad. L’atmosfera è ipnotica e il rigore geometrico della regia di D’Orta si traduce in lente carrellate lungo corridoi che evocano percezioni oniriche e senza tempo. Il regista suscita meraviglia inquadratura dopo inquadratura, grazie a un bianco e nero magnetico capace di fondere estasi e tormento — emozioni amplificate dalle musiche di Riccardo Amorese — per un film che si conferma tra i gioielli più preziosi del cinema indipendente italiano.

Fabrizio Battisti

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