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Storia di un riscatto

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VOTO: 7,5

Uno sguardo schietto e urticante sull’Anonima Sequestri

La fosca epopea dell’Anonima Sequestri, espressione coniata dalla stampa italiana per indicare quei gruppi criminali originari della Sardegna dediti a sequestri di persona, assalti e rapine a mano armata, non soltanto sull’isola ma talora anche sul continente, ha fatto capolino sugli schermi cinematografici in modo alquanto sporadico. Talvolta solo di sguincio. Tra i casi più recenti ci viene in mente, per esempio, Fabrizio De André – Principe Libero (2018), film biografico diretto da Luca Facchini in cui al rapimento in terra sarda del cantautore e della compagna Dori Ghezzi (interpretati rispettivamente da Luca Marinelli e Valentina Bellè) si concede opportunamente notevole spazio. Del resto da quella sofferta esperienza sarebbe nato un autentico capolavoro come “Hotel Supramonte“.
Per il resto potrebbe sembrare che questa pur importante pagina di storia italiana sia stata un po’ rimossa o almeno trascurata. Eppure, alcune di queste vicende sono a ben vedere incredibilmente emblematiche, paradigmatiche, rivelatrici. Ci fa molto piacere, quindi, che in Storia di un riscatto Stefano Odoardi abbia voluto ricostruire proprio il sequestro più lungo che i banditi misero a segno nel cuore della Sardegna, quello di Giuseppe Vinci, la cui famiglia possedeva una catena di supermercati diffusa in tutta l’isola. Il padre di Giuseppe, Lucio Vinci, nonostante il blocco dei beni da parte del governo italiano, si adoperò in tutti i modi per riportarlo a casa, coadiuvato nella campagna mediatica in suo favore dalla giovane moglie del prigioniero, che da lei aveva peraltro avuto non molto tempo prima un bambino. Dopo 310 giorni di prigionia Giuseppe venne rilasciato dietro pagamento di un cospicuo riscatto. Il film si concentra sulle diverse fasi del rapimento durato dal 9 dicembre 1994 al 15 ottobre 1995 e sull’incomprensibile ambiguità delle istituzioni italiane. Come appreso dallo stesso comunicato stampa del lungometraggio, la famiglia fu persino costretta a pagare le tasse su un riscatto di 4 miliardi e 250 milioni di vecchie lire, il che diede il colpo di grazia alla loro attività un tempo fiorente, portandola alla chiusura. Come a ribadire quel modo di intervenire del governo italiano sul territorio sardo che storicamente ha prodotto più danni che opportunità di sviluppo o attenzione per gli equilibri sociali.

Unico neo che si può rinvenire nell’impalcatura solida e coesa di Storia di un riscatto è molto probabilmente la durata “poco commerciale” di circa due ore. Sebbene questa venga poi giustificata nell’arco narrativo da una detection meticolosa e da un ritmo interno piuttosto coinvolgente, sul piano emotivo. Ben altri sono invece i meriti del lungometraggio.
Innanzitutto il coinvolgimento diretto del protagonista di tale storia, Giuseppe Vinci, che con spirito dichiaratamente “catartico” si è messo in gioco personalmente e senza filtri, durante le riprese. La sua presenza in scena, gli articoli di giornale risalenti agli anni ’90 e qualche filmato di repertorio, soprattutto verso la fine, avvicinano Storia di un riscatto a un docu-film o volendo docu-fiction laddove, però, la parte di finzione risulta quella più sviluppata, nonché parecchio curata. La stessa sequenza del rapimento è qui girata col taglio che potrebbe avere un buon noir. Ma sono i lunghi mesi di prigionia a possedere l’appeal cinematografico più profondo, con la segregazione di Giuseppe messa a fuoco, tra ovvie complicazioni psicologiche e disagio fisico accentuato da ambienti sempre più claustrofobici, come in un vero e proprio kammerspiel.

Altrettanto genuina e ficcante una sceneggiatura che non evita le asperità del conflitto di classe, adombrato più volte nei confronti verbali tra il prigioniero e i suoi sequestratori, all’interno dei quali emergono comunque differenze caratteriali e di spessore umano, ma si tiene al contempo lontana dalla trappola di una forzata idealizzazione dei rapitori, i cui bisogni più immediati e meschini non portano certo alla rivendicazione di un riscatto sociale fermandosi bensì a scorciatoia per un arricchimento ritenuto facile.
Significativo è anche che il film, successivamente omaggiato al Cinema Barberini con una proiezione speciale programmata l’11 novembre scorso alla presenza del regista Stefano Odoardi, del critico Emanuele Di Nicola e dello stesso Giuseppe Vinci, fosse approdato in sala proprio il 15 ottobre 2025, data simbolica situata a 30 anni esatti dalla liberazione di Giuseppe. Trattandosi di una produzione indipendente, per di più meritevole, ci auguriamo che il suo tour nelle sale italiane continui a procurare soddisfazione agli autori e ad attrarre un pubblico non immemore dell’importanza di indagare il nostro passato. Anche – e soprattutto – quello ritenuto più controverso.

Stefano Coccia

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