Penny Dreadful

0

Un horror vittoriano per niente scontato

Nell’epoca vittoriana “Penny Dreadful” era sinonimo di racconti dell’orrore che uscivano in cartaceo e costavano un penny. Erano destinati al pubblico operaio, quello che doveva accontentarsi di questi libretti poco costosi, ma spaventosi abbastanza da allontanare il loro pensiero dalla vita quotidiana. Anche se non siete particolarmente attratti dagli horror, è impossibile distogliere lo sguardo dal macabro e fantastico mondo di Penny Dreadful, perché le tematiche umane e compassionevoli dello spettacolo sono, in ultima analisi, così vincenti. Come un altro programma della Showtime, Masters of Sex, Penny Dreadful si interessa di sessualità, paura e oscurità, spingendo lo spettatore a studiare i comportamenti umani e ad avere risposte sincere alla domanda sul potenziale (buono o cattivo) della natura umana.

Questa serie televisiva creata da John Logan, stesso sceneggiatore de Il gladiatore, Star Trek – la Nemesi, Aviator e del curioso Sweeney Todd, non è affatto lavoro da un penny. Lo spettatore viene coinvolto in una storia che, più che essere il solito horror d’epoca, diventa studio psicologico sul carattere di un gruppo di persone considerate outsider, che ogni tanto cercano conforto gli uni negli altri. Questo gruppo di persone crea in realtà una specie di famiglia “ad hoc”, con lo scopo di combattere il male che si nasconde sia fuori che dentro la famiglia. Ogni membro del cast dello show riesce ad attraversare agilmente i cambiamenti tra melodramma e scene sottili e melancoliche, ma, va detto, Eva Green è semplicemente fenomenale nel ruolo principale di Vanessa Ives. Diciamo che non si è affatto risparmiata e che ha interpretato maestosamente sia la repressione forzata, sia l’esuberanza carnale e la disperazione assoluta di Vanessa, agendo sempre con estrema leggerezza.

La trama alla base di Penny Dreadful è un crossover tra diverse storie dell’epoca: Dracula, Frankenstein, Dorian Gray e, per molti versi, La Lega degli Straordinari Gentlemen di Alan Moore. Logan è riuscito trionfalmente a fondere insieme molti elementi soprannaturali da diverse fonti e storie, attraverso l’uso di stati d’animo, sapienti dialoghi, e un buon talento per la poesia romantica. Come True Detective e Fargo prima di essa, Penny Dreadful mostra i vantaggi di avere una sola voce (in questo caso John Logan, che ha scritto ogni episodio) a guidare la storia.

Abbiamo dunque Mina Murray, scomparsa dopo un viaggio e finita nelle mani di Maestro, il misterioso vampiro molto poco simile alla romanticizzata figura di Dracula dei giorni nostri. Abbiamo Malcolm Murray, padre di Mina, qui nei panni di un avventuriero, un uomo arrogante e quasi crudele nella sua disperazione, interpretato da Timothy Dalton; e poi, abbiamo abbondanza di personaggi che hanno abitato per centinaia di anni l’immaginazione e gli incubi delle persone; Ethan Chandler, un misterioso lupo mannaro, interpretato da Josh Hartnett; Harry Treadaway nei panni di Victor Frankenstein, e la sua “creatura”, Calliban, brillantemente interpretata da Rory Kinnear; Dorian Gray, uomo che non invecchia mai, interpretato da Reeve Carney; e una schiera di vampiri di sembianze molto poco romanticizzate, anzi, molto animalizzate, insomma, veri e propri mostri. Questo rappresentare i vampiri in modo molto crudo, ai limiti della bestialità, è un fenomeno che ultimamente ha preso piede anche in altri telefilm di tematiche simili, come ad esempio The Strain, dove abbiamo la rappresentazione di vampiri come autentici parassiti, molto lontana dall’immagine di vampirello scintillante della saga di Twilight. È un ritorno alla realtà che devo dire non mi dispiace. Ma torniamo a Penny Dreadful. Anche se molti potrebbero storcere il naso davanti a un tale mix di personaggi e opere diverse, la presenza di vampiri e, in particolare, di Victor Frankenstein in Penny Dreadful testimonia l’onnipresenza di questi titani dell’orrore nel XIX secolo, ed è anche il motivo più verosimile per cui così tanti scrittori Steampunk si sentono obbligati a includere i vampiri nelle loro storie. Gran parte dello show rappresenta in modo accurato questi personaggi. Il conflitto centrale tra Frankenstein e Caliban (la “Creatura”) è il conflitto di abbandono genitoriale, un tema che ha guidato il lavoro originale di Mary Shelley. Caliban, raffigurato con tanto di goffaggine da Rory Kinnear, passa da momenti di dolce gentilezza ad altri di violenza terrificante. La sua devozione a opere di letteratura romantica e alla separazione straziante, presentata ne Il Paradiso perduto di Milton, è anche in linea con il suo concetto iniziale, ovvero di una creatura cacciata dal Paradiso dal suo Creatore.

Ovviamente, tra battaglie, séance spiritistiche, esorcismi e quant’altro, non mancano anche le storie d’amore, per quanto tormentate e disperate possano essere. Ethan che si innamora della prostituta Brona, malata di tubercolosi, interpretata da Billie Piper; la storia tra Dorian Gray e Vanessa Ives; lo strano rapporto di amore-odio tra Vanessa e Malcolm; il rapporto tra Etan e Vanessa… un intreccio di emozioni e passioni che non si risolve in poche puntate. Spero che Logan continuerà con lo stesso entusiasmo e maestria nella seconda serie, perché ormai lo spettatore non può che aspettarsi il massimo da lui e dallo show. La serie ancora non ha fatto il suo debutto in Italia, ma sono certa che succederà presto. Una serie che indossa la collezione di ossessioni vittoriane come gonna sofisticata, su cui ogni filo luccicante è perfettamente intrecciato con gli altri, una serie che favorisce la ricostruzione sovrannaturale della subcultura oscura e affascinante che rappresenta il lato opposto del mondo vittoriano ortodosso, un demi-monde nascosto in piena vista, non può passare inosservata troppo a lungo.

Io non sarei io, se non finissi l’articolo con una citazione dalla serie:

Vanessa a Dorian Gray: “Ma hai solo ritratti, niente paesaggi o nature morte.”
Dorian: “ Non sono le persone i più grandi misteri?”

Alla prossima serie e prossimo viaggio…

Indira Durmic

Leave A Reply

tredici − 8 =