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Niko

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VOTO: 5

Seul mon amour

Nato, cresciuto e formatosi artisticamente a Parigi, Julien Birban Levy ha poi deciso da cosmopolita qual è di essere cittadino e artistica del e nel mondo, trascorrendo il resto della vita e della carriera lontane dalla Francia e dall’Europa, precisamente tra Tokyo e Seul. Della capitale sudcoreana, della sua anima tentacolare e ammaliante, è rimasto profondamente affascinato al punto da sceglierla come sfondo dell’opera prima dal titolo Niko, vincitrice del premio per il miglior film alla quinta edizione di Sognielettrici, laddove è approdata dopo le anteprime al Bucheon International Fantastic Film Festival e al Fantasia International Film Festival.
La storia è ambientata in una Seul sul limitare di un possibile apocalisse. La protagonista è Niko, una sceneggiatrice squattrinata che lavora part-time come “compagnia” per persone che hanno perso le chiavi di casa. Quando sente di non poter più trovare l’amore autentico in una città alienata, la donna scompare; il suo fidanzato (Jeremy) e un’amica (Ji-eun) si mettono sulle sue tracce, finendo coinvolti in un triangolo amoroso.
Quello di Levy è come riassume puntualmente la motivazione che ha accompagnato il riconoscimento attribuito dalla giuria della kermesse milanese: «un film sul coprifuoco comunicativo del presente e su un disperato desiderio d’amore che si infrange sull’impossibilità di una connessione». Entrambi gli aspetti sulla carta sono centrali nell’opera e fungono da cuori pulsanti sul versante narrativo e drammaturgico. Purtroppo però non trovano corrispondenze efficaci, restando solo delle intriganti premesse, come quella di una Corea entrata in una nuova era autoritaria dove vige un coprifuoco digitale. Peccato non venga dato seguito e il giusto peso all’argomento in questione se non attraverso i ripetuti e puntuali annunci sonori diffusi dal Governo, che in fin dei conti non sembrano rappresentare un vero ostacolo nella vita dei personaggi.
C’è tanto di inespresso o incompiuto, di non sviluppato o di appena accennato, in una timeline che promette tanto e mantiene poco, sollevando interrogativi interessanti per poi abbandonarli a se stessi. Problematica che si verifica anche sul frangente melodrammatico, con un triangolo amoroso appesantito da un eccesso di afflato che il più delle volte si fa stucchevole. Il dialogo tra le vetrine dell’agenzia di viaggi è solo uno dei tanti esempi. A tal proposito, il cineasta transalpino si diletta pericolosamente nell’imitare il cinema di Wong Kar-wai e nel tentare invano di rievocare atmosfere nouvellevaghiane, ma suo e nostro malgrado con esiti che sono piuttosto lontani dai modelli di riferimento. Un vorrei ma non posso, che si traduce in un chiaro non riesco vista la portata delle reference chiamate in causa.
Spostando l’attenzione sulla confezione, il background da regista di video musicali e soprattutto di progetti video e multimediali per marchi come Chanel, Miu Miu e Harper’s Bazaar, è al tempo stesso croce e delizia dell’opera. Da una parte la fotografica così elegantemente ricercata e immersa in una palette di colori accesi e fosforescenze permette al regista di dipingere una Seul misteriosa e magnetica, che ricorda cromaticamente la Taipei immortalata in maniera superba da Pin Bing Lee in Millennium Mambo di Hou Hsiao-hsien. Dall’altra l’estetica e lo stile così appariscente, insieme a una playlist schizofrenica e onnipresente di brani che arriva a coprire gran parte della superficie quadrata della timeline, richiamano proprio quella degli spot e dei videoclip musicali. Il ché non gioca a favore di un progetto destinato al grande schermo, così come immotivata e priva di senso la scelta di far parlare tutti i personaggi in inglese, quando invece potrebbero e dovrebbero dialogare in coreano. Della visione ci portiamo invece la convincente performance di Tiffany Young della band K-pop Girls’ Generation nei panni di Niko, qui al suo debutto da protagonista al cinema.

Francesco Del Grosso

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