Murdair Mhám Trasna

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8.0 Awesome
  • VOTO 8

La ballata dell’impiccato

Come ha fatto notare a più riprese la direttrice artistica del festival, Susanna Pellis, questa 12a edizione dell’Irish Film Festa pare aver trovato, strada facendo, un filo conduttore: l’ingiustizia. A voler elaborare ulteriormente il concetto, l’ingiustizia assieme agli sforzi compiuti per ribellarsi ad essa, tema che in molti dei documentari presentati in questi giorni alla Casa del Cinema (alcuni dei quali molto belli) emerge con forza.
Finora quello che ci ha maggiormente impressionato, sia dal punto di vista formale che per lo straordinario appeal emotivo dell’episodio ivi analizzato, emblematico peraltro del clima di controllo e di oppressione imposto per tempo immemore dall’Inghilterra sulla verde isola, è senz’altro Murdair Mhám Trasna. Titolo in lingua gaelica, traducibile in inglese come The Mám Trasna Murders. L’aspetto linguistico, del resto, è anch’esso al centro del documentario realizzato da Colm Bairéad per TG4, canale che di tale idioma è portabandiera, essendo stata la difficoltà dei protagonisti di questo scioccante caso giudiziario ad esprimersi nella lingua degli occupanti uno degli strumenti di cui le autorità del Regno Unito si servirono, per orientare l’andamento di un processo teso più ad avvallare il dominio inglese sul territorio che ad accertare la verità, talora mistificata ad arte per motivi di convenienza politica.

In Murdair Mhám Trasna si narra nello specifico di una cruenta strage che scioccò l’opinione pubblica delle isole britanniche nella seconda metà dell’Ottocento: l’uccisione, nel 1982, di un’intera famiglia nella comunità rurale di Joyce Country. Fulcro della narrazione, però, diviene ben presto il successivo processo, viziato da mille irregolarità e conclusosi con l’uccisione di almeno un innocente e con dure condanne per altri compaesani totalmente estranei alla vicenda, mentre a forza di sotterfugi alcuni dei reali protagonisti della mattanza rimasero clamorosamente a piede libero. Alla sordità delle autorità britanniche, durata decenni, ha fatto eco solo di recente l’opposta decisione del presidente irlandese Michael D.Higgins (più volte evocato nel film), che nell’aprile del 2018 ha concesso la grazia postuma a Myles Joyce, buon padre di famiglia e principale vittima dell’allucinante svista giudiziaria, essendo stato condannato all’impiccagione sebbene a quel delitto (come emerso da molteplici testimonianze e investigazioni) non avesse preso parte in alcun modo.
Il termine “svista” che abbiamo utilizzato poc’anzi è comunque riduttivo, quasi fuorviante, rispetto al significato profondo di un processo orientato sin dall’inizio a ribadire, con ogni mezzo, la natura coloniale della presenza inglese sull’isola; in aperta contrapposizione con gli interessi, platealmente calpestati, di una popolazione locale osservata dagli occupanti con un mix letale di arroganza, disprezzo e pregiudizi etnici.
Questo meccanismo così brillantemente esposto nel film ci ha ricordato, per certi versi, l’analoga importanza rivestita nella cultura (e conseguentemente nella cinematografia) del popolo Sami dai tragici fatti avvenuti a Kautokeino nel 1852: un principio di ribellione, da parte di una popolazione lappone da troppo tempo vessata e schiacciata culturalmente, di fronte al quale le autorità scandinave reagirono processando sommariamente i capi della rivolta, giustiziandoli ed inviando a Oslo i loro poveri resti, quasi considerati trofei e un po’ lombrosianamente preservati nel locale Istituto Anatomico quale oggetto di studio, in nome di una presunta superiorità razziale. Tra le opere che da angolazioni diverse hanno fatto riferimento a tale tragedia vi sono l’epico lungometraggio di Nils Gaup, The Kautokeino Rebellion (Kautokeino-opprøret, 2008), ed un documentario realizzato all’interno della comunità Sami verso la fine degli anni ’90, Restituiteci i nostri scheletri nella traduzione italiana, interessante per come le lotte più recenti degli attivisti Sami contro il governo norvegese vengono riallacciate al percorso lungo, faticoso, grazie al quale le spoglie dei due condannati sono state infine restituite ai loro discendenti.

Conclusasi qui la divagazione e tornando perciò a Murdair Mhám Trasna, la certosina ricostruzione degli eventi (e dei loro retroscena politici, in cui fa capolino anche un Randalph Churchill non meno cinico e scaltro del figlio Winston) si avvale dell’ottimo equilibrio tra la componente classica del documentario, fatta di interviste a storici, attivisti e discendenti dei protagonisti di allora, ed un susseguirsi di scene in costume che drammatizzano l’accaduto con pregevole cura dei dettagli e delle atmosfere, tanto da rendere il lavoro di Colm Bairéad un docu-drama dallo stile moderno e incalzante. Con l’aggiunta di elementi da cruda crime story, resi sullo schermo senza limitane affatto verosimiglianza e ferocia. La valida ricerca storiografica e giudiziaria si sposa quindi con un’attenzione non così comune per le immagini, per la qualità del montaggio, per gli stessi risvolti iconografici. Esemplare in tal senso è il modo di ritrarre il territorio, da cui l’efficacissima (e fortemente simbolica) chiusura: un’inquadratura dall’alto della cattedrale edificata sulle fondamenta di quella vecchia prigione, dove lo sventurato Myles Joyce venne impiccato assieme ad altri due imputati, requiem ideale per una deprecabile vicenda giudiziaria, che ha visto prevalere biechi interessi sul più elementare senso di pietà e giustizia.

Stefano Coccia

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