Las hijas del fuego

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4.5 Awesome
  • voto 4.5

Inno alla femminilità hard

La vita di Adele – capitoli 1&2 di Abdellatif Kechiche, pellicola che vinse la Palma d’Oro a Cannes nel 2013, destò sin dalla sua presentazione grande scalpore. Storia di una relazione tra due ragazze lesbiche, il film indugiava più volte su lunghe e roventi scene di sesso tra le due protagoniste. Intorno a queste torride sequenze sia la critica cinematografica e sia i pezzulli di colore si sbizzarrirono a scrivere su di esse, da un lato per aumentare l’interesse spettatoriale, e dall’altro per porre l’accento sul coraggio del regista e delle attrici. I passionali amplessi e gli infuocati palpeggiamenti per quanto realistici, però, erano di finzione. Le due attrici, seppure avvinghiate, erano isolate da protesi di silicone che riproducevano le loro vagine. In Las hijas del fuego, altra storia di amore e passione di carattere lesbico, le scene di sesso sono tutte ampiamente vere, senza nessuna finzione. Le masturbazioni e le penetrazioni con oggettistica sono tutte mostrate. Sospendendo per un momento il giudizio critico, si può asserire con certezza che la pellicola, di carattere mainstream, non lascia indifferenti per quello che mostra.

Albertina Carri, che ha scritto la sceneggiatura assieme ad Analía Couceyro, sin dal suo esordio è stata un’autrice che si è cimentata in storie ruvide. Las hijas del fuego è costruito come un lungo viaggio on the road attraverso l’Argentina, e la vicenda s’imposta come un lento e casuale incontro di donne, che dall’iniziale amicizia poi passa alla complicità sessuale. Nella variabile costruzione delle coppie, e il forte legame sessuale che le unisce, vi si potrebbe ravvisare anche la struttura dell’opera teatrale “Girotondo” di Arthur Schnitzler, però rivisitata in chiave prettamente LGBT. Nello svolgersi di questo percorso gli uomini in pratica non sono presenti e/o contemplati. Le uniche figure maschili che compaiono o vengono malmenate duramente in un bar, oppure, come il marito di un’amica loro, cacciate dal branco in modo spiccio. Las hijas del fuego, quindi, vuole essere un inno al femminino e alla libertà sessuale, espressa con totale chiarezza e gioia. Cominciando in modo intimo, con la storia sentimentale tra la prima coppia di amanti, lentamente si trasforma in un racconto corale in cui ogni donna che si aggrega porta con sé una storia. Albertina Carri, in un monologo fuori campo, fa esternare a una delle protagoniste: “la problemática no es mostrar los cuerpos, sino cómo se muestra el paisaje físico, el paisaje emocional en las películas”. Infatti, le immagini che aprono il film sono quelle di una natura selvaggia e incontaminata, e successivamente la macchina da presa si concentra sui corpi delle protagoniste, che rappresentano una bellezza naturale nell’atto della passione sessuale. Questa dichiarazione, però, rileva anche come il problema, nel cinema mainstream, è come mostrare il sesso, senza che la storia soccomba a questo totale modo di mostrare la verità. La Carri, come già accennato, non mette nessun filtro e tutto quello che accade è vero, in cui la finzione scompare per dare spazio alla realtà (seppure ricreata). Il problema, però, è che si passa da un’esibizione necessaria e vivamente passionale, a sequenze che sono troppo posticce. Tali scene puntano o al puro scandalo (la scena di sesso nella chiesa, gli incontri BDSM), oppure a scene visionarie che rasentano il ridicolo (le donne truccate da uomini mentre fanno sesso in riva al fiume tra di loro). Senza includere che la frequenza dei momenti hard ha la stessa cadenza di molte pellicole porno: incontro-dialogo-sesso. Peccato, perché il primo incontro hard prometteva bene, per come aveva rappresentato un vero amplesso e in cui la sincerità dell’opera appariva in tutta la sua forza. Non a caso questo primo incontro sessuale si concludeva con l’eiaculazione di una delle due attrici/protagoniste, atto totalmente imprevisto e quindi di pura passione.

Roberto Baldassarre

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