Sognando vite libere, in un carcere rumeno
Proprio la giornata dedicata all’animazione, cui abbiamo assistito sabato 26 luglio all’Ostia IN Corto – Short Film Fest, ha generato un ulteriore cortocircuito dell’immaginario, grazie all’unico cortometraggio di finzione non animato visto nel corso della serata: I giorni delle arance, lavoro cinematografico intenso e serrato, scelto anche per omaggiare uno dei cineasti coinvolti nelle masterclass pomeridiane del festival, Matteo De Liberato.
Molto interessanti anche le coordinate geografiche e temporali del corto in questione. L’azione si svolge infatti in Romania nel 1989, anno turbolento e foriero di cambiamenti in cui le arance erano diventate quasi un privilegio, visto il clima di dilagante insicurezza economica e sociale. Scatenando così reazioni per certi versi “proustiane” nei fortunati che entravano in possesso dei preziosi agrumi.
Sono diverse, tuttavia, le ragioni per cui questo piccolo film sembra inseguire obbiettivi più alti sul piano esistenziale che su quello prettamente “cronachistico”. Pur avendo una cornice spazio-temporale così definita, I giorni delle arance aspira infatti a una maggiore universalità, limitandosi a creare un bozzetto credibile, ma appena accennato, della Romania negli ultimi anni del dispotico regime di Ceaușescu. Un piccolo miracolo è rappresentato semmai dal fatto che le riprese, avvenute in un periodo ancora segnato dal Covid e dalle restrizioni sanitarie, abbiano avuto luogo in realtà in un territorio abruzzese spacciato sapientemente per la nazione dell’Europa Orientale, di cui si è riprodotto fedelmente il linguaggio grazie alla presenza sul set di un consulente di lingua rumena.
Poco importa allora che la ribellione della protagonista venga circostanziata o meno curando tutti i dettagli della dissidenza politica di quegli anni o che la repressione della Securitate assecondi canoni altrettanto precisi. Il cuore del corto risiede altrove. Così come sono altre le verità che emergono dall’incontro dietro le sbarre tra Daiana (Marta Nuti), militante dell’opposizione condannata a morte per omicidio, ed il giovane Padre Robert (Radu Murarasu). Superata la diffidenza iniziale, tra i due si stabilisce ben presto un dialogo più intimo, che, attraverso il lunghissimo flashback, farà emergere pure legami di natura più profonda tra la donna e il giovane prete, aiutando così a far luce su misteri rimasti tali per anni. Ed è quindi un inno alla libertà che abbraccia amore materno, spirito di sacrificio, empatia e desiderio di conoscenza, quello che (anche per merito dei magnifici interpreti) prende forma in una prigione politica rumena, usata come sfondo per sondare ideali e sentimenti sempre presenti nella storia umana.
Stefano Coccia








