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Das Schloss

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VOTO: 8

Le più sottili angosce di Kafka rivivono sullo schermo

In un periodo che sta vedendo diversi grandi autori (Kurosawa, Bergman, Hitchcock) nuovamente e opportunamente celebrati, attraverso la riproposizione sul grande schermo dei loro capolavori, c’è un’iniziativa di Circuito Cinema che ci ha particolarmente ammaliato. Da dicembre agli spettatori del Nuovo Olimpia viene infatti offerta la possibilità di rivedere o vedere magari per la prima volta una parte consistente della filmografia di Michael Haneke. E tra i lavori del grande cineasta austriaco sono soprattutto i meno noti, i meno visibili almeno in Italia, a meritare finalmente una circuitazione diversa, discorso che vale soprattutto per i lungometraggi di quella “trilogia del congelamento” o “trilogia della glaciazione” (Il settimo continente, Benny’s Video e 71 frammenti di una cronologia del caso) che fu oggetto assieme ad altre pellicole di una lungimirante retrospettiva al Torino Film Festival, verso la fine degli anni Novanta, per poi sparire sostanzialmente dai radar. Oggi 12 dicembre, ad esempio, verranno proiettati al Nuovo Olimpia il seminale Funny Games (1997) e il già menzionato 71 frammenti di una cronologia del caso (1994).
Ma tra le opere riviste in sala nelle ultime settimane vi è un oggetto filmico che, per vari motivi, merita forse un discorso a parte, ed è Das Schloss (1997), tratto proprio dalle celebre opera letteraria di Franz Kafka, Il castello. A breve potremo ammirare al cinema anche Franz, l’attesissimo lungometraggio che Agnieszka Holland ha voluto dedicare allo scrittore praghese, sicché un cerchio idealmente si chiude.

Das Schloss (titolo internazionale: The Castle), girato curiosamente quasi in contemporanea col ben diverso (sebbene determinati segni autoriali possano essere rinvenuti in entrambe le opere, solo apparentemente così distanti) Funny Games, rappresenta innanzitutto una pagina meno conosciuta ma oltremodo significativa della filmografia di Haneke, trattandosi per la verità di una produzione televisiva. Ed è un peccato, a tal proposito, che gli organizzatori non abbiano inserito nel calendario della rassegna un titolo come Lemminge (1979), film per la TV in due parti che è anche aurorale manifesto del profondo disagio esistenziale approfondito in seguito dal regista, saggiamente mostrato invece anni fa nella retrospettiva torinese testé citata.
Realizzato come dicevamo nel 1997 per la televisione austriaca, questo adattamento dell’inquietante romanzo Il castello rivela per certi versi una notevole fedeltà ai contenuti del libro, per altri un’invidiabile libertà espressiva, specie se si considera quanto in certi contesti spazio-temporali, vedi quello italiano di oggi, si tenda invece verso un’avvilente standardizzazione linguistica, nei prodotti concepiti per la TV.

Al contrario, il regista austriaco sembra aver beneficiato qui di una libertà tale da poter girare il film riprendendo almeno in parte quei ritmi, quelle soluzioni stilistiche, quelle dinamiche narrative, quelle stesse derive ansiogene cui si era applicato, con esiti particolarmente destabilizzanti, nella “trilogia del congelamento”. E quindi in ambito prettamente cinematografico.
Geniale pretesto di una rivisitazione talmente fuori dagli schemi è la natura stessa del testo di Kafka, giuntoci monco, incompiuto: Haneke gioca così sull’impostazione ellittica e frammentaria del racconto generando ulteriore spaesamento attraverso un montaggio ruvido, brutale, costituito spesso da sequenze gelide e disturbanti che vanno a spegnersi nel nero della pellicola, secondo la prassi a lui cara specie nei primi film. Cesure assai brusche, cesure rivelatrici di un vuoto e di un buio contagiosi, profondi, sullo schermo come nella vita. La storia, alquanto enigmatica ma foriera di molteplici riflessioni sull’inferno della burocrazia e sull’alienazione che ne deriva, è quella ben nota ai cultori di Kafka e delle sue opere: l’agrimensore K. arriva in un villaggio isolato ma viene accolto in modo piuttosto ostile e da lì in poi tormentato dalle insidie di un sistema burocratico cervellotico, inutilmente complesso, regolato da ferree ma incomprensibili regole che sembrano riflettere tanto un’eredità feudale che gli orrori del mondo moderno.
Tratto singolare e non trascurabile, in prospettiva, anche in questo film per la televisione Haneke s’appoggia da un lato ad interpreti in cui riporre totale fiducia, sia per la resa “espressionista” dei sentimenti più estremi che per le scene maggiormente stranianti, dall’altro a personaggi costruiti talvolta più in forma allegorica che, per così dire, “naturalistica”. Tanto da destrutturare ulteriormente la narrazione originaria. Tali sono ad esempio i due aiutanti di K. (nel gigionesco binomio appare anche Frank Giering, presenza a dir poco iconica e senz’altro inquietante di Funny Games), la cui dinoccolata, disarticolata “clownerie” è più una funzione all’interno del racconto che un tratto psicologico plausibile. Mentre a impersonare il protagonista, l’agrimensore, troviamo non a caso il compianto Ulrich Mühe già presente in altri capolavori del nostro, per l’appunto Benny’s Video e Funny Games, ma che tutti noi ricordiamo soprattutto per Le vite degli altri (Das Leben der Anderen, 2006) di Florian Henckel von Donnersmarck: interpretazione davvero intensa e misurata, la sua, che aiutò anche il film a vincere un Oscar.

Stefano Coccia

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