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Crushed

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VOTO: 7,5

Un apologo amaro, tra fede, pedofilia e sevizie sugli animali

Non sono così rari i casi in cui un festival finisce per “adottare” un autore, facendone conoscere opere considerate talvolta poco o distrattamente dalla regolare distribuzione in sala. Così è stato a Ravenna per Simon Rumley. E al Nightmare siamo molto grati, per questo, avendo propiziato anni fa tale festival il nostro primo incontro non soltanto con il suo cinema, ma anche con quello di altri cineasti indipendenti del Regno Unito, fieri cultori di generi come il thriller e l’horror. Vedi ad esempio Sean Hogan ed Andrew Parkinson, coi quali tra l’altro lo stesso Rumley aveva girato un brillante film a episodi, Little Deaths (2011), da noi apprezzato guarda caso proprio in Romagna.
Pertanto ci fa piacere a prescindere che al termine di questa XXIII edizione del Ravenna Nightmare l’ultimo lungometraggio del cineasta britannico, l’assai disturbante Crushed, abbia fatto incetta di riconoscimenti, mettendo di fatto d’accordo pubblico e critica, se si considerano sia il Premio del pubblico Anello d’Oro Concorso Internazionale Lungometraggi che il Premio della critica determinato da una giuria composta per l’occasione da Manlio Gomarasca, Paolo Nizza e Fabio Zanello. Un premio, quest’ultimo, assegnato con la seguente motivazione: “il regista Simon Rumley, fautore della violenza ellittica e fuori campo, in “Crushed” usa il genere per polarizzare i meccanismi delle dinamiche relazionali e delle pulsioni di vendetta con un ferreo credo religioso. Rumley confeziona un vero e proprio incubo in cui scivolare e smarrirsi, un’opera complessa e tecnicamente ineccepibile”.

Da parte nostra, preso atto di una selezione dal livello quest’anno particolarmente elevato, si può tranquillamente confessare da un lato la leggerissima preferenza accordata ad altri due film in concorso, l’immaginifico Lotus della lettone Signe Birkova e l’atipico, “misterico” slasher movie del ceco Jan Haluza, Snare of Evil; dall’altro la condivisione di fondo sia del premio poc’anzi citato che della sua motivazione, essendo in effetti Crushed un’opera stilisticamente matura, consapevole, ben congegnata e perfettamente in grado di sondare il perturbante lasciando lo spettatore in balia di penetranti interrogativi etici.
La poetica di Crushed è peraltro un affastellarsi di tracce che prendono direzioni apparentemente diverse, finendo poi per creare un turbamento profondo, attraverso la tumultuosa sovrapposizione di violenze sugli esseri umani e di violenze sugli animali. Lo spunto iniziale dello script è stato offerto, come testimoniato dal regista in sala, proprio dalla casuale scoperta di inchieste giornalistiche riguardanti un giro clandestino di video osceni, ripugnanti, che vengono girati in genere nel sud-est asiatico e spopolano sul “dark web”, mostrando a un pubblico altrettanto morboso barbare uccisioni di micetti e cagnolini, perlopiù da parte di discinte, lascive e ammiccanti donne asiatiche. Con l’evidente volontà di stimolare i sensi a un livello bassissimo. Purtroppo capitò una volta a chi scrive, navigando in rete, di imbattersi in uno di questi “snuff movies”, nella fattispecie quello in cui sadiche e provocanti giovani coi tacchi a spillo seviziavano e uccidevano gattini. Sono scene disgustose che possono togliere il sonno per notti intere.

Entrando con maggior decisione nella “storyline” del lungometraggio, Rumley ha scelto di ambientare alla periferia di Bangkok una trama più articolata che vede protagonista Olivia, bimba di dieci anni i cui genitori formano una coppia mista, essendo thailandese la madre May e straniero invece Daniel, il padre, un pastore evangelico la cui fede, sbandierata ai quattro venti con eccessiva sicumera, diverrà più avanti epicentro di scelte morali tutt’altro che cristalline.
A tenere banco è però inizialmente il doppio trauma subito dalla bambina, costretta prima con l’inganno da un amichetto più grande a visionare quei video terrificanti di violenze sugli animali, amareggiata poi in misura ancora maggiore dalla quasi contemporanea scomparsa, ironia della sorte, della sua tenera gattina, Missy. Investigando però da sola sul possibile rapimento della micia, la povera ragazza finirà nel mirino di uno degli squallidi giri di pedofilia e prostituzione, che in Thailandia vedono spesso coinvolti facoltosi stranieri con la complicità di “basisti” locali e di istituzioni corrotte. Senza entrare nel merito di una escalation drammaturgica che merita di essere seguita passo passo sullo schermo, le scelte successive dei rapitori di Olivia, di quel padre ostinatamente ancorato alla fede e della madre decisamente più pragmatica, disinvolta, nonché della famiglia di un’altra vittima dello stesso giro pedofilo dal destino ancor più straziante, condurranno verso un atto di giustizia sommaria da far accapponare la pelle. Lo stesso taglio “cristologico” conferito paradossalmente al martirio di uno dei malviventi visti all’opera nel racconto, stante anche l’impunità garantita invece al soggetto forse più perverso e laido del lotto, finisce per catalizzare riflessioni non peregrine sulla giustizia umana e divina, da cui nessuno esce completamente pulito. Neanche nel campo delle vittime reali o potenziali di simili atrocità. Laddove l’esito beffardo delle diverse violenze mostrate nel film sembra procedere non lontano, idealmente, dallo humour pungente di Martin McDonagh, il quale in Sette psicopatici ironizzava platealmente proprio sul diverso trattamento che le convenzioni hollywoodiane riservano a chi maltratta gli animali e a chi compie invece violenze sul genere umano.

Se quindi Crushed può suscitare qualche critica riguardo all’impostazione della “crime story”, a volte un po’ semplicistica, carente per esempio nei più elementari risvolti dell’indagine giudiziaria, davvero forte è il suo impatto sul piano simbolico e filosofico, laddove termini come “fede”, “innocenza”, “responsabilità”, “punizione” e “giustizia” vengono messi continuamente in discussione.

Stefano Coccia

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