Bergman – A Year in a Life

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6.0 Awesome
  • voto 6

1957 e oltre…

Ingmar Bergman è stato uno dei massimi autori cinematografici del mondo, e assieme a Federico Fellini, è stato uno dei registi più amati e maggiormente citati e/o copiati da altri registi. Un progetto produttivo creato a tavolino prevedeva persino che i due dovessero realizzare una pellicola episodica insieme, con l’aggiunta di Akira Kurosawa. La visione cinematografica di Bergman ha dato modo di coniare l’aggettivo “bergmaniano”, e questa maniera narrativa/introspettiva si può riscontrare ad esempio in molte opere di Woody Allen, probabilmente il suo miglior discepolo (che a volte si è ispirato anche a Federico Fellini). Nato a Uppsala il 14 luglio del 1918, Ingmar Bergman nacque in una famiglia benestante. Secondo di tre fratelli, sin dall’inizio ha subito i duri influssi religiosi del padre, un pastore luterano. Bergman ha cominciato a fare cinema nel 1944, dapprima solo come sceneggiatore, e poi dal 1946 come regista (dei suoi soggetti). A lato di questo febbrile e fecondo lavoro annuale, le altre due laboriose mansioni, che andavano in parallelo, furono: drammaturgo e regista teatrale. Per Ingmar Bergman il primo decennio da autore cinematografico totale fu molto complicato, seppure ricevesse già qualche lode per alcuni suoi film, ma il 1957, alle soglie dei quarant’anni, fu l’anno della sua svolta (e di riflesso per il cinema mondiale). Un anno tanto proficuo a livello professionale, quanto complicato a livello privato. Il documentario Bergman – A Year in a Life, presentato a Cineuropa 2018, di Jane Magnusson vuole proprio focalizzarsi su questo momento spartiacque della vasta opera dell’autore svedese, che passa da apprezzato regista poco conosciuto a osannato genio cinematografico mondiale.

Il fatidico 1957 si apre per Bergman con la distribuzione della pellicola Det sjunde inseglet (Il settimo sigillo), riflessione scurissima – e beffarda – sulla morte che sarà sovente citata e parodiata (in Amore e guerra di Woody Allen, per esempio). A questo successo mondiale, che finalmente gli concede credito presso i produttori, segue la sontuosa e faticosa trasposizione teatrale del poema “Peer Gynt” di Henrik Ibsen, che ebbe vasta risonanza e scroscianti applausi. Per diversificare e sperimentare, si cimenta rapidamente anche con la televisione, che aveva cominciato a trasmettere, in Svezia, l’anno precedente. Per il nuovo medium realizzò il teleplay Herr sleeman kommer. Terminata questa sperimentazione, si dedica nuovamente al teatro e traspone il testo “Il misantropo” di Molière, che riscuote ottime critiche. Prima di terminare quest’alacre anno, ecco che riesce a realizzare la sua pellicola più nota, Smultronstället ( da noi Il posto delle fragole). Opera anch’essa venerata e citata diverse volte (di nuovo Woody Allen, ma anche in un certo qual modo da Federico Fellini), è la pellicola che porta in sé i segni e i temi precedentemente accennati o esposti in modo acerbo, e base per le sue opere mature successive. A lato di questi trionfi il privato di Bergman invece è difficoltoso, a causa di lancinanti dolori allo stomaco (ulcera) che lo costringeranno a un ricovero forzato in ospedale, e alla turbolenta vita sentimentale, essendo Bergman un vispo amante delle donne. L’intento della Magnusson era di esplorare tutto questo formidabile anno, soprattutto utilizzando molte immagini di dietro le quinte, ma non riesce a evitare una copiosa “deriva” narrativa. Tra una grande massa d’immagini e fotografie rare, ricordi dei suoi ex-collaboratori e interviste a disparati artisti appassionati di Bergman (Barbra Streisand, Lars Von Trier, ecc.), le quasi due di documentario si trasformano in una lunga biografia visiva di montaggio. L’innegabile fascino di poter vedere questa superba quantità di materiale si trasforma lentamente in stordimento quando si constàta che la regista ha smarrito il focus iniziale mettendo troppa carne al fuoco. Tutto il materiale raccolto, e non organizzato in modo strettamente cronologico, avrebbe potuto alimentari altri documentari, ognuno focalizzandosi su un periodo o una peculiarità. Ad esempio la variegata vita sentimentale di Bergman, che viene raccontata dalla Magnusson con una particolare attenzione. Però vedendo questa preziosa documentazione, tra cui una vecchissima e mai trasmessa intervista al fratello maggiore che sbugiarda in alcuni punti i racconti del fratello, oppure il “backstage” a colori de Il posto delle fragole, si rimane profondamente deliziati. E altro piacevole aspetto che tramanda Bergman – A Year in a Life, è il comportamento quotidiano del regista svedese. Abituati a vedere le sue pellicole come opere ieratiche e cupe, dai dietro le quinte sui diversi set, ci si meraviglia di vedere un Ingmar Bergman pronto alla risata e molto gigione, per non dire “simpatico cazzone”.

Roberto Baldassarre

P.S. Il documentario è disponibile per la visione su youtube. Lo trovate in basso.

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