Non abbiam bisogno di parole
Seiji, un anziano giapponese, arriva in Italia per affrontare il dolore più grande: riportare in patria il corpo della figlia Yukiko. Isolato dalla lingua e dalla cultura, attraversa Roma a bordo di un furgone carico dei suoi effetti personali. L’incontro con Tosca, l’ex compagna di Yukiko, dà inizio a un viaggio emotivo fatto di silenzi, musica e oggetti carichi di memoria. Tra incomprensioni e piccoli gesti, i due trovano conforto nella loro perdita condivisa.
Già dalla lettura della sinossi è chiaro quali siano le tematiche esplorate da Michele Granata nel suo cortometraggio dal titolo Yukiko torna a casa, giunto in terra abruzzese per prendere parte al concorso nazionale della 44esima edizione del Sulmona International Film Festival dopo un fortunato percorso festivaliero iniziato lo scorso giugno al Milano Film Fest 2026. Attraverso un racconto delicato e profondamente umano, l’opera esplora il lutto e la sua elaborazione, la solitudine e la possibilità di ritrovare un legame oltre la perdita, trasformando il dolore in un ponte tra culture e generazioni. E la mente non può non tornare a pellicole come 18 anni dopo di Edoardo Leo, Highway 61 di Bruce McDonald e al più recente 50 km all’ora di Fabio De Luigi, nelle quali gli stessi temi sono stati affrontati con la medesima attenzione, ma con registri e sfumature differenti.
Il regista ragusano dal canto suo firma una dramedy che è prima di tutto una profonda riflessione sulla memoria e sulla riconciliazione, capace di raccontare come, anche nel silenzio, sia possibile riconoscersi nell’altro.è prima Proprio il silenzio è il tramite attraverso il quale il cortometraggio e il suo autore trasmettono dalle pagine dello script dello stesso Granata allo schermo – e quindi allo spettatore di turno – tutto quello che è il carico di argomentazioni universali e il ventaglio di emozioni cangianti facenti parte del racconto. Il silenzio prende infatti per gran parte della timeline a disposizione (20 minuti circa) il posto dei dialoghi, lasciando alla comunicazione non verbale, ai gesti e soprattutto agli sguardi, il compito di comunicare gli stati d’animo e le sensazioni dei personaggi. E in questo la performance di Hal Yamanouchi nei panni del padre è sublime e poetica, con un’interpretazione di straordinaria intensità, ben supportata da quella altrettanto intensa di Marial Bajma Riva nel ruolo di Tosca (vedi la scena del karaoke).
Francesco Del Grosso









