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God Skin

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VOTO: 6,5

Il cocco di mamma che picchiaduro

All’interno della line-up della quinta edizione di Sognielettrici, nello specifico della selezione dei dieci lungometraggi presentati in concorso alla kermesse milanese, senza dubbio alcuno e timore di smentite il film con mire commerciali più evidenti era God Skin. Del resto alla regia c’è Paween Purijitpanya, noto nell’ambiente con il soprannome di Goff, già autore di pellicole come Body, 4bia e Ghost Lab, uno che non ha mai fatto nulla – aggiungiamo giustamente – per nascondere ambizioni e impostazioni di quel tipo.
Ecco che questa sua ultima fatica dietro la macchina da presa non fa eccezione in tal senso, strizzando ancora di più l’occhio al mercato internazionale e non solo a quello del Far East . Come? Semplicemente con un prodotto audiovisivo che nel proprio DNA mescola senza soluzione di continuità i film di arti marziali classici con l’immaginario dei videogame, in particolare dei cosiddetti “picchiaduro”. Ed è da questa sfiziosa e potenzialmente esplosiva combinazione, sulla quale si reggono tutti gli adattamenti sin qui approdati sul grande schermo di celebri videogiochi (da Tekken a DOA: Dead or Alive, passando per Mortal Kombat e Street Fighter), che nasce il film del regista tailandese. Per la cronaca quella narrata da Purijitpanya però non è una pellicola i cui plot e personaggi hanno origini videoludiche pre-esistenti, dunque la vicenda narrata e coloro che la animano sono farina del suo sacco. Il tutto però ha preso forma dalla commistione degli stilemi, della “letteratura” e dei già citati immaginari appartenenti alle matrici chiamate in causa, che il cineasta ha preso in prestito e utilizzato a proprio piacimento. Motivo per cui l’intero pacchetto in termini narrativi e drammaturgici non offre nulla di inedito e di sostanzialmente rilevante, al contrario propone un minestrone di cose già viste e sentite, scongelato e riscaldato per l’occasione. Prende così vita la storia di un rider di nome Win che per pagare le costose cure mediche della madre malata accetta una proposta del vecchio amico Itt e si ritrova coinvolto in un brutale circuito di combattimenti clandestini. In quest’arena ad alto rischio, i lottatori ricevono impulsi dai fan e vengono marchiati con speciali tatuaggi sperimentali chiamati appunto “God Skin”, che conferiscono poteri straordinari e un vantaggio spietato, ma a caro prezzo: la propria esistenza.
Con l’aggiunta qua e là di qualche ingrediente e una dose ulteriore di sapidità, Purijitpanya confeziona un giocatollone action fantasy che, nonostante il cambio di pelle a ¾ della timeline che apre e chiude inattesi sviluppi mistery all’interno di una trama che era tutto tranne stratificata, diverte, intrattiene, ma non esalta, restando schematica e stereotipata. Salvo questa deriva in zona Cesarini più seriosa che in nessun modo cambia le sorti e non sposta gli equilibri, God Skin è in generale un film infarcito di humour, che per sua stessa natura e volontà non si prende mai sul serio; che poi è lo stesso attitude che si richiede allo spettatore di turno al momento della visione. L’autore compensa le mancanze strutturali e la scarsa originalità con un abbondante pacchetto di invenzioni visive, alcune delle quali particolarmente evolute come nel caso delle mosse speciali che richiamano alla mente degli abituali frequentatori delle console le celeberrime animalities di Mortal Kombat. Ogniqualvolta Purijitpanya ne fa uso durante le scene di combattimento nell’arena il film si accende e il livello di coinvolgimento e divertimento dello spettatore sale. È indubbio che sia questo il punto di forza della pellicola, sulla quale il regista decide di scommettere tutto ciò che ha. Non è un caso allora che la timeline sia piena zeppa di spettacolari e iper-cinetiche scene di combattimento potenziate da effetti di post-produzione ultra slow-motion, alcune delle quali degne di note sul piano coreografico (su tutte il combattimento tra Win e il Re Scimmia o il tutti contro uno negli spogliatoi) firmate dal Panna Stunt Team (famoso per Ong-Bak), nelle quali anche il protagonista Sutthirak Subvijitra, pur non raggiungendo il connazionale Tony Jaa sul versante marziale e di velocità di esecuzione, riesce a farsi valere.

Francesco Del Grosso

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