Vivere è combattere, combattere è vivere!
Tanti sono i videogame di genere picchiaduro a incontri che negli anni, per la gioia e i dolori degli appassionati, hanno provato a sfruttare la popolarità raggiunta sulle rispettive console per cercare fortuna anche sul grande schermo. La quasi totalità delle esperienze cinematografiche però, loro e nostro malgrado, non ha portato a risultati soddisfacenti meritevoli di essere ricordati.
Restringendo il campo al filone di riferimento, nella mente ritornano come ferite ancora aperte il ricordi per nulla piacevoli di adattamenti audiovisivi di Tekken, DOA: Dead or Alive, Mortal Kombat e Street Fighter. In particolare, quest’ultimi due sono stati recentemente oggetto di nuovi tentativi di rilanciare al cinema delle saghe videoludiche tra le più influenti di sempre, alle quali le passate trasposizioni non avevano reso giustizia. Così dopo le fallimentari riesumazioni cinematografiche del videogioco targato Midway Games, anche a quello della Capcom è toccata subire la medesima sorte. La serie di videogame pubblicata dalla società nipponica a partire dal 1987 aveva già incontrato il buio della sale nel 1994, quando Steven E. de Souza, pur prendendosi molte libertà rispetto alla matrice, aveva realizzato una versione che puntava tutto su un tono sopra le righe e sui volti noti presenti nel cast, a cominciare da Jean-Claude Van Damme nel ruolo del colonnello Guile e del compianto Raul Julia in quello del generale M. Bison. Nonostante i palesi limiti e una trama scheletrica che a malapena si teneva in piedi, il film ha comunque raggiunto lo status di cult per i fan del genere. Ciò non ha impedito di rimettere mani alla materia in questione, con quello che ad oggi è il terzo tentativo audiovisivo se si conta anche l’adattamento live-action del manga City Hunter di Tsukasa Hojo del 1995, nel quale Jackie Chan in alcune versioni e mercati chiama in causa elementi o parodie di Street Fighter per animare il racconto, tra cui una celebre e folle sequenza in cui l’attore hongkonghese si trasforma nei personaggi del videogame. Come per Mortal Kombat si è voluto azzerare tutto, accantonando l’idea di un sequel o di un prequel per ripartire da capo con un reboot dall’approccio e dalla veste diversi rispetto al film di trent’anni fa.
L’arcade torna così sul grande schermo diretto da Kitao Sakurai, che ha co-sceneggiato la pellicola insieme a T.J. Fixman, con una storia totalmente slegata dai precedenti adattamenti che chiama a raccolta sia i personaggi iconici già apparsi in Street Fighter – Sfida finale e altri che all’epoca non avevano trovato spazio, come ad esempio Joe. Siamo nel 1993, un’epoca di sale giochi, monete consumate e leggende nate a colpi di joystick. Ed è qui che ci ritroviamo al seguito di Ryu e Ken Masters, Street Fighters un tempo inseparabili e ora lontani, divisi da scelte e ferite mai rimarginate. Il destino li richiama sul ring quando la misteriosa Chun-Li li arruola per il nuovo World Warrior Tournament: un torneo spietato dove i pugni decidono il futuro e la furia riscrive il destino. Ma dietro lo spettacolo della battle royale si muove un’ombra. Una cospirazione letale che costringerà Ryu e Ken non solo a combattere tra loro, ma a guardare in faccia i demoni del passato.
Scelte a parte e differenze tra ciò che è stato e ciò che si è palesato in questo Street Fighter nuovo di zecca, il lupo continua a perdere il pelo ma non il vizio, che rimane pressoché lo stesso del primo adattamento. L’anello debole rimane sempre la scrittura, che prova invano a imbastire una base narrativa quantomeno in grado di garantire allo spettatore di turno una trama, delle dinamiche e uno sviluppo dei personaggi degni di essere definiti tali. Si assiste invece al solito lavoro e impianto da minimo sindacale, imbastito per rendere possibile la sequenza di scontri dentro e fuori dal ring tra i fighters. Ma queste purtroppo sono le regole d’ingaggio e del gioco alle quali bisogna sottostare nel momento in cui ci si confronta con la trasposizione di videogame picchiaduro. E infatti in tutti quelli realizzati sino ad oggi, il tallone d’Achille sta sempre nella componente narrativa e drammaturgica, che viene puntualmente sacrificata sull’altare dell’intrattenimento a buon mercato.
Al netto di alleanze e giochi sporchi, vedette, rincorsa sfrenata del potere e riscatti personali, anche in Street Fighter il racconto si snoda lungo una successione di corpi a corpi più o meno spettacolari che vedono, tra hadouken che fendono l’aria e roundhouse che fanno tremare il pavimento, i combattenti fronteggiarsi dentro e fuori dalla competizione ufficiale. E infatti il piano dei cosiddetti buoni di sventare la cospirazione di M. Bison è un mero e superfluo accessorio, che funge da pretesto per darsele di santa ragione e sparare qualche battuta comica qua e là per provare a strappare una risata. Ciò che resta è la resa di alcuni combattimenti e gli intermezzi animati di ottima qualità con i quali vengono trasposti i flashback legati al passato di Ryu e Ken. Peccato che il progetto in questione sia un live-action e a doversi fare ricordare dovrebbero essere le scene con gli attori in carne ed ossa.
Francesco Del Grosso









