Un “macigno” giunto in laguna dalla Colombia
Tra i film della Settimana Internazionale della Critica ci è capitato di intercettare, alquanto speranzosi, Meteorite (Meteorito) di Sebastián Múnera. Le premesse riguardanti uno stimolante incrocio tra dramma sociale e “realismo magico” facevano ben sperare. Al contrario, tale incontro non si è rivelato poi così felice. E quello pervenuto nella sezione collaterale della Mostra Internazionale D’Arte Cinematografica di Venezia 2026, più che un “meteorite” si è dimostrato essere un vero e proprio “macigno”. A tratti davvero indigesto.
Tracciamone comunque le coordinate essenziali. Protagoniste due donne, Tefa e Nia, una delle quali viene ripresa al momento di scendere giù lungo un sentiero da una sorta di monolite nella foresta, proprio all’inizio del film, il che senza aver voglia di approfondire troppo ci è parso già un criptico riferimento al titolo stesso dell’opera. Del resto, sebbene alcune immagini potenti si facciano almeno in parte apprezzare, il così scarno background personale delle protagoniste e di chi interagisce con loro, più che generare curiosità, finisce per creare il più delle volte distacco emotivo e un principio di noia. Altri cineasti eccedono talvolta in “spiegoni” e sceneggiature “troppo scritte”, il problema del colombiano Sebastián Múnera sembra essere esattamente l’opposto. Comunque, ciò che apprenderemo più avanti è che le due amiche, Tefa e Nia, vivono in un paesino sul fiume Magdalena assieme al nipotino di Nia, che in pratica crescono insieme. E sono entrambe coinvolte nel contrabbando di telefoni cellulari all’interno della vicina prigione regionale. Il che le porterà anche verso la fine del lungometraggio a sperimentare un momento di tensione, durante le perquisizioni effettuate dal personale carcerario, il cui esito sfuma però in una delle tante scene dal carattere enigmatico e visionario del film…
Ecco, quasi come se quello in questione fosse l’ennesimo prodotto cinematografico concepito più per compiacere certe platee festivaliere che per far emergere, da una prospettiva magari anche personale, una realtà locale con tutte le sue sfaccettature, Meteorite non riesce quasi mai a far dialogare in profondità il contesto sociale (pure drammatico) in cui è inserito e la senz’altro fervida immaginazione dell’autore. Possono fare eccezione alcune sequenze isolate. Le più accattivanti e stimolanti restano per noi quelle girate nell’eccentrico parco tematico, visitato dalle protagoniste durante il loro viaggio verso la prigione e costruito, per quel che è dato intuire, sopra l’ex tenuta di un trafficante di droga: scivoli acquatici, sentieri boschivi ed enormi riproduzioni delle più popolari specie di dinosauro calamitano l’attenzione, anche se l’epifania più gustosa del film rimane senz’altro quella del nipotino di Nia che si aggira tra gli arbusti, indossando un improbabile costume da Spider Man.
Stefano Coccia









