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Un peu avant minuit

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VOTO: 6

La romanticizzazione della commiserazione maschile

Tra i film francesi in concorso all’83esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia compare Un peu avant minuit (One Minute to Midnight) di Nicolas Pariser. Il collocamento nella selezione ufficiale di questo dramma errante e verboso, ma per fortuna anche attuale, evidenzia come per Alberto Barbera sia complesso tenere testa a Cannes sul fronte francese, dovendo scendere spesso a compromessi per portare sul tappeto rosso i grandi attori e le tematiche in sintonia con il dibattito contemporaneo. Allo stesso tempo è affascinante approfondire, anno dopo anno, la differenza tra il gusto del nostro direttore artistico e quello di Thierry Fremaux relativamente al cinema francese, e l’impostazione registica quasi “alleniana” di Un peu avant minuit sembra rispettare i canoni a cui siamo stati abituati di recente.
Per l’occasione Melvil Poupaud sfodera un perfetto italiano, dialogando al telefono con la segretaria del notaio di Ferrara da cui dovrà recarsi per la lettura del testamento di suo padre. Ma tutto questo dovrà aspettare: nel frattempo il suo Léo, un carismatico uomo di quasi cinquant’anni la cui età è testimoniata unicamente dalla chierica, intraprenderà un percorso di introspezione messo in moto da una critica che gli viene mossa una sera da una donna. Un peu avant minuit mira infatti a mettere sotto esame il passato sentimentale dell’archetipo di uomo contemporaneo, lasciatosi alle spalle anni di sottili violazioni del consenso e che ora glissa sul proprio privilegio grazie a una maschera di ignoranza. Il susseguirsi di sempre nuovi interlocutori, che attraverso le parole riportano Léo alla sua gioventù, scatena in lui il dubbio che molti ricordi legati a essa siano frutto di convenienti elaborazioni della sua mente. Il tema dell’abuso fantasma accompagna quindi ossessivamente la narrazione, ma è centrale soprattutto il ragionamento su quanto fossero diverse le sensibilità dell’epoca che ne hanno permesso la normalizzazione.
Ci sono tuttavia delle criticità che impediscono al film di raggiungere pienamente questi obiettivi. Nel costruire un’utopia femminista nella quale gli uomini ripercorrono i propri errori per prendere coscienza della posizione che occupano nella società, Nicolas Pariser commette infatti una leggerezza da manuale, lasciando che il dispositivo narrativo conceda il centro della scena unicamente al punto di vista maschile. Questa contraddizione risulta particolarmente problematica in presenza di personaggi femminili usa e getta, elemento in disaccordo con l’operazione sovversiva che Un peu avant minuit si propone di essere.
La sceneggiatura segue una formula precisa e strizza l’occhio alla Before Trilogy: Léo incontra qualcuno di nuovo, inizia a passeggiare al suo fianco per Parigi e instaura una discussione esistenziale. L’interesse dello spettatore è quindi subordinato al carisma dell’interlocutore e all’argomento in questione, in un’esperienza cinematografica solo a tratti stimolante che, mancando di spontaneità, corre il rischio di mostrarsi costruita a tavolino in più di un’occasione. In Before Sunset, prendendo sempre come esempio la trilogia di Richard Linklater, la sensazione è che i personaggi possano lasciarsi condurre ovunque dalle parole; al contrario, il percorso dei personaggi di Nicolas Pariser è subordinato a questioni che è stato deciso preventivamente di affrontare, ostacolando così la dimensione emotiva del film.
L’inserimento nella corsa al Leone d’Oro di Un peu avant minuit, tuttavia, è giustificabile dal desiderio di non precludere al pubblico la conversazione che è in grado di accendere, oltre che dal personaggio della figlia di Léo. La diciannovenne Emma appartiene a una generazione diversa da quella degli uomini che hanno contribuito a instaurare questo clima, e trova nell’attivismo uno strumento per orientarsi e combattere una sensazione di impotenza. Un personaggio estremamente affine a quello di Chase Infiniti nel recente premio Oscar Una battaglia dopo l’altra, che racconta un divario morale spiegabile anche attraverso l’impossibilità dei giovani di specchiarsi nei valori contemporanei. In prospettiva, il ragionamento dovrebbe quindi concentrarsi sulla costruzione di un nuovo futuro più che sulla revisione del passato, ma Emma non è che un semplice indizio di questa necessità. Durante i titoli di coda, il suo sguardo direttamente rivolto alla cinepresa, interposta tra lei e una rivolta che si sta consumando in strada, esplicita la “mezzanotte” del titolo come una metafora dello scoccare di una nuova era, potenzialmente a una sola rivoluzione di distanza. Questo perché ogni rivoluzione politica porta inevitabilmente con sé un cambiamento morale e, in un’epoca che conserva i valori del movimento #MeToo, un uomo che cerca di reinterpretare la propria vita amorosa passata — ciò che, in definitiva, lo ha plasmato più intimamente — è sicuramente sintomo del fatto che forse ci stiamo muovendo nella direzione giusta.
Interessante anche la connotazione metacinematografica che assume il film a un certo punto, quando Léo assiste alle riprese di una serie TV basata sulla gioventù di un suo conoscente di nome François. Nella serie è scritturato anche un suo alter ego, definito da tutte le persone sul set come uno stronzo, scenario che insiste ancora una volta, quasi fin troppo convenientemente, sull’opposizione tra passato e presente. Il film costringe l’uomo a osservare dall’esterno la propria posizione e sembra suggerire che la rappresentazione giochi un ruolo vitale nel produrre un livello di consapevolezza che la semplice esperienza individuale non permette. Certo, non basta la breve transizione da interlocutore a spettatore di Léo per chiudere in modo soddisfacente il discorso, ma le implicazioni risulteranno piuttosto soddisfacenti per gli spettatori che non mancano di compiacersi quando la settima arte viene messa su un piedistallo.

Alessio Vinciguerra

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