Le architetture liminali dell’escapismo
È precisamente per debutti rinvigorenti come quello di Lucila Mariani che il concorso Cineasti del Presente del Locarno Film Festival 2026 trova la sua ragione di esistere. Los días libres (The Days Off) è il ritratto di un Internet che non esiste più, quello delle chatroom e dei forum, sapientemente confezionato da una regista argentina facente parte della generazione cresciuta in egual misura sotto l’influenza materna e degli spazi virtuali, dove gli adolescenti hanno le stesse possibilità di smarrirsi o scoprire se stessi. Un cinema di spazi liminali e suggestioni a completo servizio dell’escapismo, capace di tratteggiare quella fase cruciale della crescita in cui il disagio sociale fomenta una sensazione di smarrimento. Bego è la protagonista perfetta per guidarci in questo racconto di formazione, una dodicenne disillusa e silenziosa che spende la lunga tregua estiva dalla scuola a orchestrare la sua fuga dalla realtà. Tutto parte dall’amicizia virtuale con REN_, la misteriosa utente di un sito online non meglio definito, che introduce Bego alla pratica dello “shifting”, attraverso cui si crede possibile accedere ad altri mondi. In rete, tutto è più semplice. Le vere “amiche” di Bego, coetanee viziate e spocchiose, mettono in luce la sua difficoltà a gestire le relazioni. Al contrario, le connessioni virtuali che si sviluppano a distanza, alimentate da una comune predisposizione alla solitudine, sono slegate dalle complesse convenzioni sociali che, paradossalmente, ostacolano la nascita di legami autentici. Lucila Mariani riesce a comunicare con pochi dettagli essenziali questa peculiare dinamica di appartenenza istantanea, evitando di uniformarsi all’esausto filone moralista sull’alienazione digitale. Non ci viene proposto il solito ammonimento che visualizza Internet come ambiente pericoloso, al contrario Mariani mira implicitamente a celebrarlo come il rifugio perfetto in cui attendere di essere pronti alle sfide del mondo esterno e affinare la propria immaginazione.
Non sappiamo molto di REN__, se non che offre a Bego la possibilità di stabilire lei stessa le regole del suo mondo: per lei, in questo preciso spiraglio della sua crescita, il vero conforto è convincersi che uno sconosciuto a portata di click sia in possesso della chiave che conduce ai segreti del mondo. REN__ è chiarissima sulle regole da seguire per preparare il terreno a questa transizione: innanzitutto bisogna visualizzare più dettagli possibili, scolpire nella propria mente la realtà parallela che si brama per consolidarne la struttura, e poi è necessario, ovviamente, acquistare online l’apposito “kit per lo shifting”.
Veniamo anche introdotti alla famiglia di Bego, al padre guidatore di Uber, professione che per qualche motivo è oggetto di scherno tra le altre ragazzine, e alla madre traduttrice, interpretata dalla stessa Laura Paredes di Trenque Lauquen. È quest’ultima a custodire una delle chiavi di lettura più interessanti di un film ricco di spunti di riflessione. La donna trascorre infatti le notti a tradurre ciò che osserva sul monitor, attribuendo nuovi significati alle immagini, mentre Bego, d’altro canto, viene direttamente influenzata dalle informazioni che provengono dal suo schermo, che contribuiscono quindi a plasmare la sua persona. Il senso di estraneità di Bego rende incompatibile la sua visione del mondo con quella della madre, suggerendo un’incomunicabilità generazionale attualmente insanabile. La madre ha da tempo accettato la realtà come piano naturale della sua esistenza e, come suggerisce la sua professione, ne ha persino decifrato le coordinate, la ragazza, invece, è ansiosa di evadere: non perché conosca il luogo ideale, ma perché ritiene semplicemente che quello attuale non le si addica. Il sogno lucido dello shifting è quindi un meccanismo di difesa, dove la meta è secondaria alla necessità di proiettare altrove i propri desideri per il futuro.
Tuttavia, Los días libres non è una rapida discesa in territori sconosciuti, quanto più l’osservazione del contesto socio-familiare all’interno del quale questa dissociazione avviene naturalmente. Nonostante i telegiornali parlino di una storica eclissi solare in agguato, responsabile di comportamenti strani da parte di animali e persone, non è prevista alcuna brusca transizione sovrannaturale a sconvolgere il ritmo paziente della narrazione. Los días libres è quindi la somma riflessiva delle sue suggestioni impercettibilmente distopiche, a partire da una luna sempre vigile, dalle luci al neon del kit per lo shifting, fino ad arrivare agli spazi liminali come metafora della rete. La cinepresa approccia lo scarico di un lavandino, ci si addentra lentamente, e seguendo condotti sotterranei finisce direttamente nell’abitazione di REN__, esplicitando un’architettura invisibile capace di mettere in comunicazione mondi lontani. Nessuna transizione è quindi lasciata al caso, in un film che dimostra come lo stupore nei confronti di un approccio registico non sboccia sempre da vistosi gesti tecnici, ma possa scaturire dalla fusione armoniosa di tematiche e movimenti di macchina.
Reminiscente del primo cinema di Jane Schoenbrun (We’re all Going to the World’s Fair, I Saw the TV Glow) e radicato nella consapevolezza che le turbe adolescenziali siano al contempo fisiologiche e insostenibili, Los dias libres è quindi un raro avvistamento cinematografico che rinnova fiducia nell’ecosistema festivaliero come territorio di scoperta. Il suo essere leggermente acerbo, in particolare nella struttura narrativa convenientemente abbozzata, ci rende curiosi di scoprire il prossimo progetto di Lucila Mariani, qualunque siano le premesse.
Alessio Vinciguerra









