La madre migliore del mondo
Se c’è un film che nella selezione di quelli in concorso alla seconda edizione del Milano Film Fest ha regalato più emozioni non si può non citare Sink di Zain Duraie, presentato alla kermesse meneghina dopo l’anteprima mondiale al Toronto International Film Festival 2025.
La pellicola ci porta dietro la facciata di una vita perfetta, quella di Nadia, una donna di 40 anni, moglie e madre di tre figli, in lotta con il suo matrimonio e con una perdita di identità, che la porta ad un distacco emotivo. Il suo unico vero legame è con il figlio maggiore, Basil, un brillante ma asociale studente dell’ultimo anno delle superiori. Quando un violento scoppio d’ira a scuola porta alla sua sospensione, il mondo di Nadia crolla. Sull’orlo del collasso, cerca di prendersi cura di lui, ma mentre combatte la sua crisi personale, viene coinvolta nella malattia mentale non diagnosticata del figlio. Quando il ragazzo inizia a perdere gradualmente il contatto con la realtà a causa del peggiorare delle sue condizioni e a manifestare comportamenti preoccupanti, la donna si rende conto di non riconoscere più il figlio. Decisa a non lasciarlo da solo, la donna lo aiuta con ogni mezzo a sua disposizione, cercando di comprenderlo senza mai giudicarlo, anche quando tutto sembra dover affondare.
Tratto da una vicenda personale, il primo lungometraggio della regista giordana è un toccante ritratto del tanto fragile quanto viscerale legame madre-figlio, che si traduce in uno sguardo intimo sul legame materno e un ritratto di amore incondizionato di fronte al caos. Una tematica universale, questa, che sul grande schermo è stata affrontata, esplorata e sviscerata in tutte le salse e a tutte le latitudini da un letteratura davvero sterminata. L’autrice se ne fa carico cosciente che il confrontarsi con una tematica così ampiamente narrata potrebbe non ricevere la giusta attenzione, alla pari di un ulteriore capitolo di un romanzo già letto. Ecco allora la decisione della Duraie di concentrarsi sulle emozioni e sulla forma con e attraverso la quale veicolarle. Le intense interpretazioni di Clara Khoury (vista anche in La voce di Hind Rajab) e Mohammad Nizar, rispettivamente nei panni di Nadia e Basil, sono il primo vettore. Le sequenze del parco di notte sono la punta massima in termini di temperatura. C’è poi la componente tecnica che permette a Sink di rivelare la propria natura di dramma psicologico in soggettiva. Per raccontare e mostrare la regista adotta la prospettiva della protagonista e lo fa con scelte formali ben precise, a cominciare dal lavoro sul sound design che immerge il fruitore nella condizione sensoriale del personaggio di turno (vedi le scene della piscina o della lavatrice) e dal formato 4:3, che nel sua soffocante geometria fatta di inquadrature simmetriche e grandangolari che ingabbia i personaggi. La mente non può non andare a Il figlio di Saul, ma soprattutto a Mommy di Xavier Dolan, con il quale condivide non solo l’espediente ma anche la tematica. In effetti non è la prima volta che si ricorre a tale soluzione, ma qui oltre ad essere efficace risulta funzionale e perfetta per restituire la condizione di isolamento e “prigionia” in cui versano madre e figlio.
È qui la peculiarità dell’opera e di conseguenza la sua ragione di essere e di esistere, ossia nell’approccio e nel modus operandi adottati per trasferire sullo schermo la vicenda in questione. La scrittura prima e la sua trasposizione poi infatti evitano consapevolmente e deliberatamente di offrire qualsiasi diagnosi esplicita e discorso sulla malattia per focalizzare l’attenzione sul punto di vista della madre e sul dolore di vedere una persona amata allontanarsi da se stessa. Tale scelta è netta e perfettamente calzante, poiché rispecchia in pieno quello che nelle società arabe rappresenta a tutti gli effetti un tabù: è vergognoso ammettere che esiste un problema in famiglia e per questo si tende a nasconderlo sotto il tappeto. Nel caso di Sink è la malattia mentale di Basil ciò che va negata e tenuta sotto silenzio. È questo che l’autrice condanna denuncia senza mezze misure.
Francesco Del Grosso









