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We Are Aliens

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VOTO: 7,5

Incontri animati del terzo tipo a Cannes

Tsubasa e Gyotaro fanno amicizia nel modo più innocente che possiate immaginare. Un origami viene gettato nella spazzatura perché considerato non all’altezza dei dinosauri disegnati dal compagno di classe più popolare, attorno al cui banco tutti si riuniscono in ammirazione durante l’intervallo. Eppure, ecco che lo stesso origami viene ritrovato dal suo autore Tsubasa nel sottobanco, riesumato proprio dal bambino che, involontariamente, aveva instillato in lui dubbi sulle proprie capacità creative a suon di brontosauri stilizzati. Il salvatore di origami, l’esagitato Gyotaro, nell’istituto è conosciuto con il soprannome poco lusinghiero “riso saltato”, una cicatrice invisibile che — anche se lui ancora non lo sa — si porterà dietro per tutta la vita. Ma se in realtà Gyotaro fosse un alieno? Questa la premessa di We Are Aliens, film d’animazione giapponese presentato in concorso alla Quinzaine des Cinéastes, che per meriti avrebbe tranquillamente potuto trovare spazio anche all’interno della selezione ufficiale del 79° Festival di Cannes.
In un panorama cinematografico dove le storie costruite su più linee temporali sono tanto ricorrenti quanto vulnerabili alla domanda sulla reale necessità di utilizzare un simile espediente narrativo, We Are Aliens costruisce invece un mosaico di ricordi infantili e adolescenziali che non avrebbe alcun senso di esistere senza l’anarchia temporale che lo caratterizza. Tsubasa non sa cosa passi davvero per la testa di Gyotaro, e lo stesso vale per gli altri bambini che gravitano attorno alla loro amicizia. È quindi giusto che anche lo spettatore, chiamato a empatizzare con loro fino ai più piccoli momenti quotidiani, venga privato di qualsiasi onniscienza in merito. Leggendo la sinossi si potrebbe pensare che “il terribile avvenimento” destinato a mettere alla prova il loro rapporto sia qualcosa di traumatico o devastante, We Are Aliens resta invece saldamente ancorato alla realtà scolastica e fedele a ciò che — lo riconosciamo retroattivamente — rende davvero ostico navigare quell’età: minuscoli disguidi destinati a dissolversi col tempo, ma che nel presente sembrano definire il mondo intero.
È questo l’aspetto dove il film trova la propria forza. La durata di quasi due ore non serve a costruire un mistero o a rincorrere un climax narrativo, ma a sedimentare con pazienza tutti quei dettagli apparentemente insignificanti che rendono speciale l’infanzia. Momenti che cessano improvvisamente di esistere, nonostante la transizione all’età adulta sembri avvenire gradualmente mentre la si vive. Niente di più falso: a rimanere sono solo le cicatrici e le memorie formative, il resto sono frammenti andati di una vita che non ci appartiene più. Ed è proprio per questo che We Are Aliens è così intriso di nostalgia da riuscire a commuovere attraverso gli elementi più impensabili: una corsa nei corridoi della scuola, il silenzio di un’aula vuota dopo le lezioni, i sotterfugi escogitati per recuperare dei videogiochi sequestrati dai genitori o, ancora, quei passatempi improvvisati dai bambini motivati a trasformare qualsiasi oggetto in un’occasione di gioco.
È quasi come se l’intensa, travagliata e commovente amicizia alla base del film fosse soltanto un pretesto per riunire gli spettatori in una sorta di comunione emotiva, trasportandoli in una sfera di ricordi che parla un linguaggio universale. Perché siamo tutti accomunati da quel periodo formativo della vita in cui ogni giornata sembra eterna e ogni piccola umiliazione appare irreparabile. La quantità di volte in cui vi ritroverete a immedesimarvi spiritualmente nelle disavventure di questi bambini è incalcolabile, in una risposta spontanea che oscilla continuamente tra il sorriso malinconico e la vera e propria risata nei momenti di comicità visiva più ispirata (non mancano!). We Are Aliens possiede uno sguardo incredibilmente preciso per l’ordinario e per ciò che rende memorabile quello che, sulla carta, non dovrebbe esserlo affatto. Una naturalezza spiazzante che emerge tanto da un’aula scolastica ormai vuota — teatro di incomprensioni, confessioni e i primi amori che si vivono sui bigliettini — quanto da un semplice orsetto di peluche chiuso in un sacco, improvvisamente capace di evocare una sensazione di perdita difficile persino da spiegare.
Peccato soltanto che nel finale il film senta il bisogno di virare verso territori eccessivamente melodrammatici, determinato a costruire un’esplosione emotiva catartica mirata ad ingraziarsi quella fetta di pubblico abituata ad associare le lacrime alla qualità di un prodotto d’animazione. Invece, paradossalmente, è proprio quando We Are Aliens non cerca di rincorrere nessuna emozione che riesce a risultare commovente.
Il regista deve esserne consapevole, tanto da concludere l’opera con un montaggio di luoghi, oggetti e ricordi intriso di una nostalgia quasi soffocante, risultando persino più triste del culmine stesso della storia. Crescere, dopotutto, significa anche questo: accorgersi troppo tardi che certi momenti, destinati a sembrarci eterni, erano già svaniti mentre li stavamo vivendo.
Una delizia per gli occhi, registicamente inventiva e costantemente stimolante, che trova la propria dimensione ideale non nella fantascienza suggerita dal titolo, ma nella capacità di osservare l’infanzia come qualcosa di misterioso, irripetibile e distante. È sempre rigenerante assistere a un film di animazione pienamente conscio delle infinite possibilità registiche offerte dal genere. La tecnica al rotoscopio viene sfruttata per rendere il più realistici possibili i movimenti imprevedibili dei bambini, così come accentuare i loro stati d’animo, eloquenti grazie ai tratteggi esasperati dei visi. Essere bambini significa davvero sentirsi alieni su un pianeta che ancora non si è imparato a comprendere, e forse è proprio questo sentimento a cui allude il titolo. Inoltre, se l’obiettivo è stupire l’esigente platea di Cannes, non c’è elisir più potente di un titolo che esplode sullo schermo ben oltre la metà del film — gli addetti ai lavori direbbero “late title drop”, e farebbero fatica a trattenere un sorriso rivelatore relativamente al loro entusiasmo. È anche di questi piccoli dettagli che vive la nostra spropositata passione per il cinema, e We Are Aliens è sicuramente in grado di soddisfarla.

Alessio Vinciguerra

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