Le frontiere del lavoro non coincidono con quelle dell’amore
Flesh and Fuel (Du Fioul dans les artères), presentato fuori concorso alla Semaine de la Critique del Festival di Cannes 2026, è una storia che risulterà familiare a molti avventori del circuito festivaliero, soprattutto tra noi italiani.
Questa co-produzione francese e polacca vanta infatti la stessa premessa del film vincitore del premio Orizzonti — e del Leone Queer — all’82esima Mostra Internazionale D’Arte Cinematografica di Venezia: rispetto a En El Camino, un violento ed erotico sguardo al mondo dei trasporti su strada in Messico, il film di Pierre Le Gall è radicato in un realismo intimo che sottintende il desiderio di crogiolarsi nella componente romantica, più che analizzare la sfaccettata mascolinità di un mondo notoriamente dominato da testosterone e attività di contrabbando.
Seguiamo Etienne, un taciturno guidatore di camion dedito alla sua professione, la cui personalità riservata lo pone in sintonia con la complessa solitudine che si respira di notte sulla strada. La sua vita sentimentale, se possiamo definirla tale, si riduce a fugaci incontri con altri uomini in prestabiliti punti di interesse, dai bagni delle stazioni di servizio all’oscurità dei boschetti che le costeggiano. È qui che, una notte, si imbatte in Bartosz, collega polacco dall’appariscente camion rosso intenso. Le tratte di Bartosz si incroceranno spesso con quelle di Etienne, dando ai due uomini l’opportunità di approfondire il loro rapporto e lenire reciprocamente una sottomessa necessità di connessione affettiva, covata da lunghi turni lontano da casa. Ma in un mondo in cui la solitudine è funzionale al mantenimento di una corretta attitudine professionale, la nascita del desiderio può rappresentare una condizione pericolosa.
Flesh and Fuel vanta indubbiamente un soggetto interessante, che a malincuore si evolve nel tipico prodotto autoriale confezionato ad hoc per il contesto festivaliero. Non si percepisce l’urgenza della rappresentazione — che resta una cosa positiva — né la voglia di dire qualcosa di nuovo attraverso questo progetto, quanto più la consapevolezza che, giocando sul sicuro, il pubblico non si sarebbe lamentato. Il film trova la sua redenzione in una fotografia attenta alle sporadiche fascinazioni della strada, che allargando il campo contribuisce a tratteggiare un luogo abitato da anime solitarie nonostante la densità del traffico, ognuna chiusa nell’abitacolo con i propri pensieri. Fugace, ma importante per la storia, è il collega in procinto di andare in pensione, che inevitabilmente si ritroverà di nuovo a guidare per lavoro: personaggio-emblema di un sistema esigente, che rigetta gli autisti nel mondo reale con sintomi paragonabili allo spaesamento che segue il ritorno dal fronte, solo che in questo caso condiziona i camionisti a sentirsi fuori posto quando non si trovano davanti a un volante.
La scelta di ambientare il film in questo ecosistema, per definizione alienante, è stata lungimirante pensando al climax emotivo che si consuma a cavallo di due stazioni di servizio. Uno scenario orchestrabile solamente nel contesto degli snodi stradali, infrastrutture che hanno il compito di creare connessioni, ma che inevitabilmente finiscono per tracciare linee di demarcazione lungo il percorso. Questo impasse strutturale costringe all’unico gesto romantico intenso in un altrimenti pacato studio caratteriale, radicato nel realismo più sommesso. È quindi un vero peccato — quasi una sentenza di morte cinematografica — che questa scena sia seguita a ruota dalla canonica prima diatriba tra i due innamorati: un rito di iniziazione forse inevitabile, reso poco credibile dalla genesi affrettata e dalle argomentazioni — o mancanza che dir si voglia — discutibili, ma soprattutto incoerente con la reticenza dei personaggi a esternare i loro sentimenti dimostrata fino a quel momento. Di colpo, più che su strada, si ha l’impressione di trovarsi su binari prestabiliti. Le infinite possibilità di connessione offerte dalla rete autostradale vengono progressivamente abbandonati in favore di una conclusione affidabile e digeribile, ma incapace di restituire la complessità emotiva promessa dal percorso.
Alessio Vinciguerra







