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My Name

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VOTO: 8,5

Corea in fiamme

Negli ultimi anni il cinema coreano ci ha abituato a uno sguardo dolente, intenso, maturo e di notevole impatto, nell’affrontare le pagine più drammatiche della storia nazionale recente. In ciò la 28esima edizione del Far East Film Festival si è rivelata a dir poco esemplare, lasciando emergere tale capacità sia sul fronte documentario, grazie al pluripremiato The Seoul Guardians di Cho Chul-young, Kim Jong-woo e Kim Shin-wan, sia attraverso quelle opere di finzione tra le quali a brillare è stato soprattutto il lungometraggio di Chung Ji-young, My Name. La poetica di My Name è stata poi avvertita in profondità dal pubblico stesso, se si considera che il film a Udine ha ricevuto un premio importante proprio dagli spettatori del festival.
Per la precisione il Crystal Mulberry – Audience Mulberry Awards, virtuale terzo posto del concorso friulano, assegnato quest’anno a pari merito (grazie a una nuova modalità di conteggio delle preferenze) e con la lusinghiera media voto di su 4,16 su 5 a ben quattro titoli, quello in questione più The King’s Warden dell’altro coreano Chang Hang-jun, Blades of the Guardians di Yuen Woo-ping (Hong Kong/China) e Tunnels: Sun in the Dark di Bui Thac Chuyen dal Vietnam. Approcci narrativi di natura almeno in parte differente, tutti segnati però da un notevolissimo appeal cinematografico.

Tornando ai meriti di My Name, c’è da dire che il navigato Chung Ji-young ha già affrontato più volte nel corso della sua carriera le tragiche conseguenze della guerra e della successiva divisione interna della penisola coreana, fanno fede titoli come North Korean Partisans in South Korea del 1990. Qui, però, pare aver trovato un equilibrio a dir poco miracoloso tra narrativa popolare e introspezione psicologica dei personaggi, tra coming of age e dramma bellico, tra tumultuosi confronti generazionali e un incipiente, talora fragile discorso sull’identità (sia personale che collettiva). Tutto ciò procedendo a incastri e orchestrando la narrazione su differenti piani temporali.
Uno di questi si riferisce ovviamente al terrificante trauma seppellito nel passato di Jeong-sun, madre di Young-oak (Shin Woo-bin) e attempata co-protagonista, cui è un’attrice di enorme spessore, Yeom Hye-ran, a prestare il volto. I sofferti trascorsi del suo personaggio rappresentano anche il pretesto per far riaffiorare uno degli episodi più sanguinari, vergognosi e cupi avvenuti nel Novecento in Corea del Sud, il cosiddetto Massacro di Jeju avvenuto il 3 aprile 1948, allorché truppe governative (di comune accordo, come viene opportunamente mostrato nel film, con la così invadente presenza americana nel paese) sterminarono nell’isolotto in questione migliaia di civili innocenti, pretestuosamente accusati tutti di favorire e sostenere attivamente gli insorti comunisti.

La tensione che sprigionano in flashback le scene dell’eccidio è di per sé notevole, a tratti quasi insostenibile. Ma le rivelazioni che sopraggiungono al termine della complessa ricostruzione storica hanno ripercussioni evidenti anche “sul presente” dell’intenso, stratificato racconto filmico, un presente che sarebbe poi in realtà la quotidianità dell’isola di Jeju nel 1998, momento storico parimenti delicato in quanto legato alla difficile transizione democratica di una Corea del Sud governata, negli anni precedenti, col pugno di ferro. Pertanto autoritarismi di ieri e di oggi sono destinati fatalmente a intrecciarsi. Questo viene evidenziato dal regista, con sottigliezza e ricorrendo ad immagini fortemente evocative, non soltanto al momento di affrescare la parabola esistenziale della madre, ma anche introducendo elementi di disagio giovanile e di prevaricazione da parte dei coetanei, in ambito scolastico, nella vita non perfettamente integrata del figlio Young-oak, il quale non molto tempo prima si era dovuto trasferire nella remota località costiera. La difficoltà che ha lui nel maturare e nel non cedere alle pressioni di un ambiente simile si configurano così, a mo’ di specchio, quale controcanto di una Corea che dopo il così traumatico conflitto interno, quello che ha spezzato in due il paese, rischia periodicamente di precipitare ancora una volta nel caos e nella cultura del sospetto reciproco.

Stefano Coccia

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