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Macai

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VOTO: 8,5

Un viaggio nell’oscurità, al confine tra Singapore e Malesia

Se nel corso dell’Asian Film Festival 2026 avevamo già preso confidenza con la turbolenta zona di confine tra Thailandia e Malesia, attraversata con enorme difficoltà e a sì caro prezzo dai giovanissimi, innocenti protagonisti di Lost Land, è con un certo stupore (e ampie dosi di stupefacenti, per la cronaca… nera) che ci si avventura invece nella dimensione oscura, notturna di Macai: il film di Shanjey Kumar Perumal ambientato nell’immaginaria località di Lingapura, che si suppone al confine tra Singapore e la Malesia stessa. Accolto con notevole entusiasmo anche all’International Film Festival di Rotterdam 2025, catapultato poi in concorso al festival diretto da Antonio Termenini ed autentica perla, all’interno di un “Malaysian Day” che ha riservato comunque non poche sorprese, il lungometraggio del tostissimo cineasta asiatico segue tracce spiccatamente di genere con personalità, ritmo e una lunga serie di valide, mefistofeliche intuizioni narrative.

Lisergica, “pulp”, crudele, sottilmente ironica, persino un po’ lynchana nelle scene di maggior appeal, l’opera cinematografica del malese Shanjey Kumar Perumal si snoda ad anello intorno a una sequenza onirica riproposta sia all’inizio che alla fine, in cui il protagonista Sam si ritrova a tu per tu addirittura con Varahi, divinità femminile Indù dal volto di cinghiale. Del resto un crudo apologo sul Male e qualche divagazione metafisica, dal netto retrogusto demoniaco, faustiano, hanno parimenti spazio in un avvolgente iter narrativo che abbraccia il noir come anche la black comedy e il buddy movie.
Dopo il surreale incipit il pubblico può infatti familiarizzare con le picaresche (dis)avventure che vedono protagonisti il già menzionato Sam col suo migliore amico Oosi, cui ben presto si aggiungerà uno scaltro amico d’infanzia del secondo, Jack, coi suoi inseparabili e decisamente glamour occhialetti.

Inizialmente vediamo il terzetto intento a tracannare, come se non i fosse un domani, litri e litri di Old Speckled Lynch: brand fittizio almeno quanto la location del film, ma ricalcato su una birra realmente popolare nel sud-est asiatico, la Old Speckled Hen, il cui nome risulta qui grottescamente storpiato per un ulteriore omaggio al grande David Lynch.
I tre sciagurati (anti)eroi, i cui stralunati dialoghi in macchina non possono non ricordare Tarantino e i suoi derivati, dovranno però quanto prima sbrogliare il più grosso problema che affligge Sam, ovvero la perdita di un grosso carico di droga che la dark lady locale è pronta a fargli scontare con un cocktail micidiale di torture e sofferenze tali, lo si può facilmente immaginare, da far rimpiangere a chiunque una morte rapida. Tutto ciò condurrà i protagonisti verso una fosca, movimentata spedizione “on the road” per recuperare il denaro sufficiente a placare la sede di vendetta dei trafficanti di droga, passando però attraverso tragicomici imprevisti, improbabili rapimenti e cinici sacrifici di gente incontrata per caso. Un trip allucinato, pimpante e dalle atmosfere tanto torbide quanto seducenti, quello messo in scena con notevolissima padronanza del linguaggio cinematografico da Shanjey Kumar Perumal, il quale ha saputo poi cesellare il tutto grazie a un montaggio vorticoso e a una strepitosa colonna sonora.

Stefano Coccia

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