Sulle tracce di Lola
Storie, vite, persone, montagne. Sono questi i quattro elementi cardinali della 74esima edizione del Trento Film Festival che sceglie di essere umanista in un momento storico ai limiti del disumano, raccontando resistenze dalle e nelle Terre Alte. Tra le opere presentate nella sezione della kermesse trentina dedicata ai documentari d’autore su genti di montagna, tradizioni e paesaggi in trasformazione che narrano di storie di resistenza nel senso letterale del termine figura tra le altre Prima dell’Aurora di Chiara Zoja.
Il cortometraggio scritto a quattro mani con Chiara Brambilla e diretto dalla giovane regista aostana, qui al suo esordio dietro la macchina da presa, riavvolge le lancette dell’orologio per tornare all’alba del 16 ottobre 1944, quando la staffetta Lola, all’anagrafe Aurora Vuillerminaz, si congeda con uno sguardo dalle sue amate montagne, prima di affrontare con coraggio il plotone d’esecuzione fascista, nel cimitero di Villeneuve. È stata arrestata durante la sua ultima missione, intenta a guidare dal confine svizzero un gruppo di fuoriusciti comunisti verso la Valle di Cogne, dove la aspettano i suoi compagni della banda Verraz. Nonostante la notte di violenti interrogatori, non ha rivelato alcuna informazione ai militi fascisti. Solo un partigiano sopravvive fortuitamente all’eccidio, a lui il compito di affidare questa memoria alle pagine di un diario.
Sono queste le fondamenta dalle quali parte il racconto rievocativo al centro del documentario firmato dalla Zoja, che è al contempo il ritratto di una donna e di una partigiana da una parte e la ricostruzione di uno dei tanti importanti capitoli della Resistenza dall’altra. Due linee, queste, che in Prima dell’Aurora si intersecano, alimentandosi e completandosi a vicenda, per fare rivivere una storia di coraggio, bellezza e ricordo. Quest’ultimo è il baricentro su e intorno al quale ruota un progetto che parte dalla biografia per allargarsi alla Storia. A partire dalle tracce tangibili nel presente, cinque voci femminili delineano la figura di Lola, appassionata partigiana uccisa a soli 22 anni, ricostruendo le salite e le discese, i pericoli e le sfide che hanno scandito il suo ultimo viaggio. Per farlo, l’autrice procede seguendo il filo delle parole impresse sulle pagine del diario, avvalendosi di un approccio documentaristico classico che vede i suddetti carteggi mescolarsi con fotografie d’archivio, interviste a persone informate dei fatti e inserti animati che servono a visualizzare le ricostruzioni.
La vicenda e la sua protagonista però avrebbero meritato uno spazio maggiore rispetto a quello della breve distanza messa a disposizione dal formato scelto, proprio per la mole di materiale esistente e il livello di approfondimento richiesto. La distanza in termini cronometrici coperta, che nello short in questione si attesta intorno ai 14 minuti, non è sufficiente a sviscerare e a fare emergere tutti quegli aspetti e dettagli della vicenda e dell’esistenza della protagonista. Ci si sofferma quindi sugli highlights più significativi, ossia tutto ciò che le risicate idee registiche, il poco materiale a disposizione e probabilmente l’esiguo budget in dotazione, erano in grado di garantire. Il limite di Prima dell’Aurora sta proprio nella sua confezione basica, stilisticamente accademica, ancora acerba e didascalica nella scrittura e nella gestione ed elaborazione dei contenuti. Il ché si riversa sulla timeline prima e sullo schermo poi facendosi specchio di una sorta di “bignami audiovisivo” dai buoni e meritevoli propositi ma incompleto e incerto nella resa, che ribadiamo necessitava di un’architettura e di una struttura narrativa di più ampio respiro e stratificazione drammaturgica, oltre che di una componente tecnica più elaborata che rendesse il tutto meno schematico e didascalico. Detto questo, che purtroppo ci rendiamo conto pesa ai fini dell’analisi critica e del giudizio, quello che resta è però un sentito omaggio che la regista ha avuto il merito di realizzare, attraverso il quale è possibile ascoltare l’eco delle imprese di Lola e dei suoi valori di Resistenza, lo stesso che ancora oggi nella memoria collettiva risuona più forte che mai tra le montagne valdostane.
Francesco Del Grosso









