Home Festival Altri festival Promised Sky

Promised Sky

50
0
VOTO: 7

Subsahariani go home

Tre donne ivoriane, tre donne di colore, stanno facendo il bagno a una bambina di quattro anni, Kenza. Con questa scena intima e tenerissima si apre Promised Sky (Promis le ciel), seconda opera di finzione della regista franco-tunisina Erige Sehiri, presentata nel Concorso Lungometraggi “Finestre sul Mondo” del 35° Festival Cinema Africano, Asia e America Latina, dopo il passaggio a Un Certain Regard al Festival di Cannes 2025.
È un incipit dolce ma già carico di tensione: durante il bagno, Kenza rievoca a frammenti il proprio trauma, parla di una barca rovesciata, lasciando emergere l’eco di una tragedia che lo spettatore può facilmente intuire, ovvero il naufragio di un’imbarcazione carica di disperati migranti. Siamo in Tunisia, e questo incipit funziona come un campanello d’allarme soprattutto per lo spettatore europeo, occidentale, “bianco”, che nel film ritroverà dinamiche fin troppo familiari: diffidenza, fastidio, xenofobia, politiche di rimpatrio forzato, centri di detenzione. Tutto ciò accade però in un paese che, agli occhi degli italiani e degli europei, rappresenta nella maggior parte un punto di partenza dei flussi migratori, più che un luogo di arrivo. La maggior parte dei migranti clandestini che sbarcano sulle nostre coste sono proprio tunisini. Il ribaltamento è evidente e spiazzante: le autorità tunisine mostrano la stessa durezza e lo stesso accanimento che altrove vengono riservati ai migranti tunisini. Nel film si accenna anche a pratiche arbitrarie, come arresti senza reali garanzie. È una realtà che, messa così a nudo, dovrebbe risultare profondamente destabilizzante per lo spettatore europeo, costringendolo a riconsiderare il proprio punto di vista. Del resto, i numeri raccontano una verità spesso ignorata: circa l’80% dei flussi migratori africani si sviluppa all’interno del continente stesso, mentre solo una minoranza, il 20%, ha come destinazione l’Europa o altri paesi extra-africani. In questo senso, il film suggerisce una riflessione amara ma lucida: ogni luogo può essere casa e ogni casa può diventare spazio di esclusione. Non a caso, nel film si sente spesso l’appellativo “subsahariano”, utilizzato per indicare gli africani provenienti dall’Africa subsahariana e carico di una connotazione gerarchica, quasi di superiorità, da parte delle popolazioni del Maghreb. Emergono anche stereotipi e pregiudizi assurdi ma tristemente diffusi, come quello secondo cui gli immigrati mangerebbero i gatti, eco di slogan e retoriche ben note anche in contesti politici occidentali, vedi Trump.
Le protagoniste sono dunque donne subsahariane, ivoriane, che vivono insieme sotto lo stesso tetto in terra tunisina. Marie è un’ex giornalista diventata pastora della “Chiesa della Perseveranza”, un punto di riferimento per le comunità migranti e proprio per questo nel mirino delle autorità; Naney, sua ospite, è una giovane madre in cerca di un futuro migliore, con una figlia adolescente rimasta in Costa d’Avorio; Jolie, invece, è una studentessa di ingegneria determinata a non tradire le aspettative della sua famiglia, che ha investito su di lei speranze e sacrifici. La ragazza si scontra però con una difficoltà concreta e simbolica insieme: seguire i corsi in arabo anziché nella sua lingua madre, il francese. Anche qui emerge un ulteriore paradosso, legato alla complessa eredità coloniale e al tentativo, talvolta solo formale, di emanciparsene. L’arrivo di Kenza nelle loro vite rafforza e trasforma il loro legame: quella che era una semplice convivenza si trasfigura in una famiglia di fatto, tutta al femminile, fondata su una forma di sorellanza panafricana. Donne di età diverse si trovano a condividere un ruolo materno, costruendo un nucleo affettivo fragile ma profondamente solidale.
Dopo aver dato visibilità alle lavoratrici agricole impegnate nella raccolta dei fichi nel suo precedente Il frutto della tarda estate, Sehiri torna a raccontare una marginalità diversa, quella dei migranti, spostando però lo sguardo dal paesaggio rurale a uno spazio urbano e domestico. La casa diventa così un microcosmo, un luogo in cui si intrecciano intimità, cura e tensioni politiche. Nella delicatezza con cui osserva queste donne si riflettono le molteplici identità della regista: donna, africana, tunisina, ma anche francese. È uno sguardo complesso, stratificato, capace di tenere insieme empatia e consapevolezza critica. E non è casuale che il film sembri rivolgersi anche a un pubblico europeo, con l’intento di incrinare certezze, mettere in discussione narrazioni consolidate e scalfire, almeno in parte, stereotipi duri a morire.

Giampiero Raganelli

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

sedici − uno =